L’indice sul digitale

L’indice sul digitale

7 Luglio 2024 0 Di giuseppe perpiglia

Continua ad essere viva la diatriba e molto acceso il dibattito sul digitale a scuola: si o no? E se si, in che termini e con quali limitazioni?

Le campane sono tante e tutte hanno fondamenti di verità, molto condivisibili, cui appigliarsi. Penso sia ben difficile giungere ad una sintesi in grado di mettere d’accordo tutti se non interviene il buon senso dei docenti e delle famiglie.

Il problema di fondo riguarda il ricorso ad un atteggiamento sbagliato, infatti si guarda alla scuola quasi fosse un mondo a parte, separato dal normale scorrere della vita, avulso dalla sempre più complessa rete di interrelazioni presente nella società.

Dovremmo ricordare sempre che coloro che ci stanno davanti non sono solo alunni. Sono, infatti, anche figli, amici, conoscenti, membri di gruppi ristretti o allargati, fan di cantanti e di attori che spesso svolgono anche la funzione di influencer, fruitori di mass media, fruitori ancora più voraci e compulsivi di social media ed ognuno di questi agenti comunica e propala una sua verità.

In ultimo, ma non certo meno importante, non dovremmo dimenticare la modalità con cui il ragazzo si approccia allo strumento informatico, sotto qualunque veste esso si presenti. Gli alunni di oggi, ormai, i ragazzi che abbiamo di fronte sono tutti nativi digitali e quindi per loro il PC, il tablet o il cellulare sono oggetti “congeniti”, il loro utilizzo è “innato”. Hanno cominciato a maneggiarli sin dalla nascita e quindi li vivono come una sorta di protesi. Io sono nato nella metà del secolo scorso ed ho passato tutta la prima classe di quella che era la scuola elementare a fare pagine e pagine di aste con la matita “per abituarmi a tenere la penna”.

Solo nella seconda parte del secondo anno si passava, timidamente, all’uso di un’asticella con in cima un pennino da intingere nel calamaio. Il processo di scrittura e l’approccio alla grafia era alquanto complesso. C’era, però, un altro fattore da tenere presente. Il bambino a sei anni non godeva certo della considerazione che gode oggi. Fino ai 13-14 anni, e forse anche qualche anno in più, si era ancora considerati bambini e si era costretti ad andare a scuola con i pantaloncini corti perché eravamo piccoli. Quanta emozione i primi pantaloni lunghi! Quasi un passaggio di stato sociale o un rito di iniziazione! Oggi, inutile dirlo, le cose sono ben diverse. I bambini cominciano a socializzare e ad essere, seppure con le limitazioni imposte dall’anagrafe, inseriti nella società già dai primissimi anni.

Il docente, invece, dal canto suo, deve inseguire le nuove tecnologie appesantito da una formazione e da conoscenze che ormai possiamo definire superate. Il docente deve prima dimenticare l’approccio classico al sapere ed alle conoscenze, e solo in un secondo tempo apprendere le novità messe a disposizione dalla tecnologia informatica. In tal modo ci si trova nella condizione per niente remota che l’alunno sia molto più preparato del docente stesso.

Questo gap culturale fa sentire pesantemente la sua influenza, spesso con gravi conseguenze, nel rapporto docente-alunno, ed è in grado di incidere profondamente nel processo formativo e didattico. Si tratta di una vera e propria diversità, un divario netto nella forma mentis delle due generazioni. Si aggiunga, inoltre, che l’Italia può contare su una classe docente tra le più vecchie, pardon, tra le più esperte, al mondo! Secondo alcune stime suffragate da ricerche sul campo l’età media dei docenti italiani sarebbe superiore, e non di poco, ai 50 anni. In questa società ipercinetica, dai cambiamenti sempre più repentini, una differenza di circa 40 anni corrisponde a diversi anni luce, qualcosa di scarsamente conciliabile.

Il Ministero ha cercato, a parere personale con scarsi risultati, di adeguare il sistema scolastico alle nuove esigenze imposte dalla società. Negli anni scorsi, infatti, in numerose scuole del Bel Paese sono stati approntati diversi laboratori informatici, nati, però, con lo stimma di essere pensati e realizzati in base alla vecchia concezione docente-centrica. Non si è tenuto, infatti, in nessun conto delle numerose e diversificate competenze in entrata possedute dalla grandissima parte degli alunni. L’aula informatica veniva, e probabilmente continua ancora oggi, ad essere utilizzata per dare uno sfogo alla classe, magari in un’ora a disposizione in una classe non propria, un’ora di quasi-ricreazione mascherata per fare sfogare i ragazzi e tenerli buoni.

Subito dopo le scuole italiane sono state inondate da una marea di LIM -lavagne interattive multimediali-, spesso sotto utilizzate e altrettanto spesso mal sfruttate. Il loro uso principale, almeno per esperienza personale, è stato quello di far vedere qualche film o qualche video, magari su argomenti interessanti; in altre parole le LIM venivano utilizzate al posto del vecchio proiettore. È chiaro, però, che le potenzialità della LIM sono ben altre.

Nel 2018, grazie alla Commissione voluta dall’allora ministra Valeria Fedeli e presieduta dal professore Italo Fiorin, fu emanato il documento Indicazioni nazionali e nuovi scenari che andava ad integrare ed a modernizzare le Indicazioni nazionali emanate sei anni prima, nel 2012. Nel documento dalla Commissione ministeriale si caldeggiava l’insegnamento del pensiero computazionale e del coding, come nuova forma di strutturazione del pensiero e del modo di affrontare i problemi sempre più complessi con cui ci si trova e ci si troverà ancor più domani a doversi confrontare.

I ragazzi si approcciano al computer con un atteggiamento quasi esclusivamente ludico, ovviamente affiancato degnamente dall’aspetto social. Essere sempre connessi è diventato un imperativo categorico ed anche una necessità fino a sfociare in una vera e propria dipendenza con conseguenze psicosomatiche. A tale dipendenza è stato dato il nome di nomofobia. Si tratta di un neologismo liberamente adattato dall’inglese nomophobia, a sua volta costituito dalle iniziali del costrutto no-mobile phobia, cioè, appunto, paura di non essere connessi.

Sarebbe molto proficuo sfruttare questa chiara e netta propensione dei ragazzi al fine di far passare contenuti, abilità e competenze strutturate in una programmazione didattica con finalità formative. È esperienza maturata da diversi anni quella di non poche classi che, con i loro docenti di lingue straniere, hanno attivato dei canali comunicativi con classi parallele di altri Paesi sfruttando i social. È un’esperienza senz’altro positiva. Una cosa è ascoltare un bravo insegnante che snocciola regole grammaticali e sintattiche e ben altra cosa è avere un confronto diretto con un pari grado di lingua madre.

Chi, come me, ha vissuto diverse lune ben conosce cosa voleva dire “fare una ricerca”. Oggi vi sono strumenti molto efficaci che permettono di accedere in tempo reale ad un numero praticamente infinito di informazioni in qualsivoglia campo dello scibile umano. Un esempio per tutti è quello relativo a Wikipedia. È da considerarlo anche uno strumento inclusivo e democratico perché oggi chiunque possiede un PC, oppure un tablet o un cellulare. In altri tempi, invece, bisognava essere in possesso di una o più enciclopedie di una certa complessità per ottenere risultati efficaci, e questa era evenienza non certo scontata.

Per evitare il problema reale e che potrebbe facilmente insorgere di ingenerare disorientamento nei ragazzi che potrebbero perdersi nel mare magnum dell’infosfera è vivamente consigliato proporre delle attività basate sul webquest, strumento già presentato su questo blog.

Per concludere, a parer mio, il problema non è informatica si o informatica no a scuola, bensì informatica come. L’informatica è uno strumento da cui non è più possibile sfuggire. Ma è pur sempre uno strumento e come tale alquanto neutro. La sua efficacia o meno dipende principalmente dall’uso che se ne fa. E ciò dipende dalla creatività del docente che non può e non deve più restare prigioniero ed ancorato al libro di testo ma deve trovare il modo e la maniera di dare risposte pregnanti alla domanda di senso dei ragazzi con gli strumenti utilizzati dai ragazzi stessi.

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Breve sitografia:

Le immagini di Curinga (CZ) e del platano millenario sono scatti dell’autore.