Che considerazione!

Che considerazione!

30 Giugno 2024 0 Di giuseppe perpiglia

La figura del docente, nel corso del tempo, ha vissuto e continua a vivere in una contraddizione sempre più stridente. Mentre, infatti, la funzione che viene chiamata a svolgere acquista sempre maggiore importanza e centralità nello sviluppo della nazione, la considerazione sociale di cui gode va sempre più a diminuire. Questa, almeno, è la situazione in Italia e tale affermazione è suffragata dalla costatazione che i docenti italiani sono agli ultimi posti in Europa per retribuzione.

È una sensazione chiaramente avvertita e condivisa da molti tanto che La tecnica della scuola, nota rivista del settore, in una delle e-mail che invia regolarmente agli iscritti alla mailing list, ha pubblicato l’articolo “No alla ‘proletarizzazione’ degli insegnanti”, da cui questo mio articolo prende spunto e che preferisco riportare in appendice.

Sul sito della stessa rivista è stato anche pubblicato un altro articolo dello stesso tenore –Di Meglio (GILDA): vogliono ‘proletarizzare’ i docenti, ma ci opporremo con tutte le armi– a firma di Alessandro Giuliani. L’articolo è datato 30 dicembre 2012 ma è ancora, purtroppo, molto attuale.

Parlando di proletarizzazione dei docenti non si vuole certo offendere nessuno e nemmeno assumere aria di sufficienza verso un ceto sociale, purtroppo, molto diffuso. Alcune semplici considerazioni per supportare quanto detto.

Etimologicamente il termine proletario, nell’antica Roma, indicava coloro che non possedevano nulla, il cui unico patrimonio era la prole, cioè i figli, anche se questa interpretazione, molto antica, sembra poco convincente.

Il termine proletario nel corso dei secoli ha assunto significati diversi in base all’approccio socio-economico ed al clima culturale del momento. In ogni caso, però, ha sempre designato il gruppo sociale di coloro che erano e sono collocati nel gradino più basso della scala sociale. Oggi è stato coniato il costrutto lavoratori poveri per indicare quei lavoratori il cui salario non permette loro una vita appena dignitosa. E le agevolazioni vengono elargite solo per fini meramente elettorali.

Avere scarsa disponibilità di liquidi e di risorse economiche non intacca certo il diritto alla dignità della persona. È solo la costatazione di un dato di fatto.

Se pensiamo alla situazione di un docente laureato non ci si può esimere da costatazioni diverse. Per rimanere nel solo contesto economico consideriamo un corso di laurea quinquennale di uno studente fuori sede. Con l’attuale costo della vita bisogna considerare una media di 800-1.000 € al mese che corrispondono ad un esborso per la famiglia di 9.600-12.000 € all’anno. Per semplificare i calcoli arrotondiamo a 10.000 € che, moltiplicati per gli anni di corso, portano ad un costo di 50.000 €. A questo bisogna aggiungere la costatazione che si perdono 5 anni di possibili guadagni da lavoro e che si entra nel mercato del lavoro con almeno 5 anni in più rispetto ad un diplomato.

È chiaro che quando si raggiunge l’agognato traguardo della laurea ci si aspetta di rifarsi delle spese e dell’impegno personale. Nella scuola, invece, bisogna passare, per espiare non si sa bene quali colpe, per un periodo di precariato che tende sempre più a dilatarsi.

L’enorme investimento dovrebbe pur portare un qualche beneficio, ed è ben normale attendersi anche degli interessi! E poi c’è l’aspetto sociale. La società e lo Stato hanno anch’essi investito sulla formazione culturale di un professionista della conoscenza il che dovrebbe portare buoni frutti per agevolare la maturazione civica e sociale, oltre che culturale, delle nuove generazioni.

Sembra quasi che lo Stato investa risorse, poche o molte che siano, per perderci. La scuola, e tutto il sistema di istruzione e formazione, dovrebbero essere una priorità per tutti i partiti politici che dovrebbero impegnarsi in modo trasversale per proporre riforme adeguate in grado di assicurare, anche in prospettiva futura, un servizio adeguato ad una società che cambia e si modifica a velocità sempre maggiore. La politica, infatti, qualunque sia il governo che essa esprima, non si cura di far fruttare l’investimento che, seppure mal volentieri, è costretto a fare sulla scuola. a cominciare dalle regole di ingaggio basate su titoli ed esami ed effettuati con modalità didattiche superate. Ai docenti si richiedono nozioni e conoscenze e poi si dice loro di promuovere le competenze!

In questo blog diverse sono state le occasioni in cui ho esternato il mio disappunto sulla quanto meno superficialmente miope gestione della scuola da parte di una classe politica sempre più distante dal Paese e dai problemi che l’attanagliano. L’Italia, già faro di civiltà, si trova oggi nella scomoda e dispendiosa situazione di importare know-how da altri paesi che della scuola hanno fatto il loro punto di forza e su cui hanno investito soldi e risorse. Nel contempo la nostra nazione esporta cervelli perché si trovano a dover operare in un ambiente asfittico, un contesto impastoiato da legacci e legaccioli burocratici che portano all’asfissia. Un Paese dove un ricercatore, quando è fortunato, prende una borsa di studio dal valore inferiore alla pensione sociale!

Ma se Atene piange, Sparta non ride. Bisogna essere onesti e razionali e guardare con occhio critico anche in casa nostra, sul fronte della classe docente. Hanno creato un sistema, a cui ci siamo facilmente adattati, per cui l’insegnamento viene visto solo, per citare Checco Zalone nel film Quo vado?, come un magnifico ed inattaccabile “posto fisso”, pagato poco ma che non impegna molto. Sono ormai pochi coloro che si dedicano all’insegnamento per passione, la maggioranza svolge onestamente il proprio lavoro, ma senza essere consumati dal fuoco sacro caratteristico della missione. Ed infine vi è una sparuta minoranza di pseudo docenti che meriterebbero di essere citati in giudizio per truffa allo Stato. La classica categoria di coloro che in classe, quando ci vanno, leggono il giornale sportivo senza minimamente curarsi dei ragazzi.

In genere la classe docente presenta un altro grave difetto: è alquanto restìa all’aggiornamento professionale. Questo atteggiamento è favorito anche dal comportamento dell’autorità centrale. Le occasioni di aggiornamento professionale, infatti, sono spesso esperite per obbligo burocratico, per ottemperare al contratto di lavoro, con la conseguenza di non lasciare traccia alcuna del loro passaggio.

Le attività di aggiornamento, invece, dovrebbero entrare nel contratto di lavoro con un monte ore ben più importante e dovrebbe essere cura del dirigente scolastico farne rispettare rigidamente la frequenza. In tal modo diverrebbero molto più pervasive e tali da lasciare segni tangibili. Un’idea che mi permetto di proporre è quella di creare, in ciascuna istituzione scolastica, un gruppo interno che si dedichi all’autoaggiornamento, magari stornando qualche risorsa da attività meno importanti. In tal modo la scuola avrebbe un think thank, un centro di ricerca didattica che andrebbe a costituire una ricchezza ed una risorsa sempre disponibile.

Tutte le ipotesi proposte, però, sono destinate, presumibilmente, a rimanere bei sogni in quanto ciò comporterebbe una revisione anche del trattamento economico della classe docente italiana, che è tra le peggio pagate in Europa, e questo va ad impattare negativamente con la visione politica attualmente in voga.

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Breve sitografia:

Le immagini di Cropani (CZ) sono scatti dell’autore.

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Dalle news della rivista on line La tecnica della scuola

No alla proletarizzazione degli insegnanti

“Come si può pretendere che gli allievi rispettino gli insegnanti se lo Stato è il primo a non riconoscerne il valore, a proletarizzarne le condizioni di vita, a umiliarne la professionalità? (…). Questo però imporrebbe una selezione della loro attitudine, il ripristino di un criterio seriamente meritocratico, la valorizzazione dei migliori e un drastico allontanamento dalla Scuola di coloro che la parassitano”.

Non l’ha detto un liberista incallito, non è la voce del padrone o di qualcuno alieno all’idea di scuola come comunità educante. L’ha scritto Massimo Recalcati su Repubblica (3 maggio 2024), quindi su un giornale di sinistra, da sempre attento anche alle istanze sindacali.

Parole che ovviamente sottoscriviamo, perché da sempre – come sanno i nostri lettori – Tuttoscuola racconta, dati alla mano, quanto la professione docente sia stata svalorizzata (tasso di precarietà insostenibile, modalità e tempi di accesso improponibili, livelli retributivi inaccettabili, etc). Con la conseguenza che è stata disegnata una professione di serie B, e – con l’eccezione di chi la sceglie per vocazione e con un senso di missione, ma non si può contare solo su questo – da un lato poco attraente per i talenti che hanno più scelte, dall’altro sempre più spesso seconda o terza scelta per chi non trova strade migliori. E infine poco incentivante per chi è in ruolo, cosa di non poco conto. Questi i risultati di un sostanziale patto al ribasso sul quale è stato costruito il sistema (più posti, stipendi bassi, meno obblighi).

E al contempo abbiamo più volte affermato (anche in Parlamento in occasione di audizioni) che l’egualitarismo assoluto ha fallito nella storia e anche nella scuola, contribuendo ai mali che la attanagliano. “Stop quindi all’egualitarismo assoluto che fa parti uguali tra diversi (che ha protetto molto più chi aveva poca voglia di fare rispetto a chi ne aveva molta), riconoscendo che un contesto articolato e complesso come questo – composto da oltre un milione di persone – ha bisogno di figure docenti con profili diversificati. Diversificati anche nel tempo per una singola persona, che in trenta o quarant’anni di carriera può beneficiare di un’evoluzione professionale. Occorre” – abbiamo scritto più volte – “dare valore a ruoli chiave come quelli di staff, di specialisti, di mentori e di tutor (ce ne è un gran bisogno), e spazio a modelli organizzativi a leadership distribuita in cui si lavora per team integrati”.

Il fatto che comincino a diffondersi, anche in ambienti progressisti, opinioni come quelle espresse da Recalcati è un segnale da guardare con interesse e che non può essere ignorato da chi si è sempre ostinatamente opposto a qualsiasi diversificazione di ruoli e carriere nella scuola. Non c’è dubbio che governare e anche “gestire” (a volte con ingerenze da parte di corpi intermedi che vanno oltre il loro ruolo) un sistema complesso e dai grandi numeri come la scuola sia più facile con un ruolo unico e con la progressione salariale di anzianità (che “resta ferma”, come in maniera paradossale afferma la legge 79/22 – quella che ha partorito lo sgorbio del “docente incentivato” – che doveva recepire l’obiettivo del Pnrr di introdurre la carriera per i docenti).

Ma davanti a tutto va messo l’interesse degli studenti (che è la ragione sociale della scuola) a ricevere un servizio di maggiore qualità. La qualità la fanno gli insegnanti e allora vanno create le condizioni affinché in cattedra ci siano i migliori.

“Per le ragioni esposte” – ricorriamo di nuovo a quanto già scritto – “non è rimandabile un piano pluriennale che ammoderni questa grande infrastruttura della conoscenza come quello che servirebbe per le infrastrutture fisiche, con soluzioni a geografia e geometria variabile (inclusi incentivi dove domanda e offerta di lavoro non si incontrano, ndr). Insomma ci vorrebbe un ‘Piano strategico per la scuola’, come l’Italia non ha mai avuto, il più possibile condiviso sul piano sociale e politico, volto a rinnovare la scuola mettendola al passo delle sfide che porrà l’epoca che ci apprestiamo a vivere, per trasformarla nel volano che può rilanciare il paese. Una testata come Tuttoscuola – che si è data il motto ‘Più istruzione è la soluzione’ – ha la sua ragione di vita in questo.

Servirebbero molte risorse, non c’è dubbio. Ma a ben vedere basterebbe mantenere l’incidenza della spesa per l’istruzione sul totale della spesa pubblica ai livelli attuali, invece di continuare ad abbassarla. La ‘riduzione di taglia’ a cui è avviato il sistema formativo italiano per effetto del calo demografico offre questa opportunità. Prevenire è meglio che curare. Sono le politiche lungimiranti che possono unire il paese, ancora di più in una fase così critica e insondabile.

Insomma non è tanto un problema di risorse, quanto e prima ancora di consapevolezza e di lucida determinazione da parte della classe dirigente e politica del nostro Paese”.

Ci vorrebbe il coraggio di avviare un patto “al rialzo” (più qualità, più sviluppo professionale, più investimenti). Chi è disposto a prendere l’iniziativa?