Matematica e realtà

Matematica e realtà

16 Giugno 2024 0 Di giuseppe perpiglia

La matematica, nell’immaginario collettivo, ricade in quelle attività che o le ami o le odi. Non esistono mezze misure. Altro luogo comune è che la matematica stia agli antipodi della cultura umanistica, con in testa la filosofia.

Come spesso accade, però, la verità è alquanto lontana dai luoghi comuni.

Infatti, nei miei quarant’anni di insegnamento di matematica e scienze in quella che era la scuola media e che poi è diventata scuola secondaria di primo grado, ho incontrato non pochi ragazzi apprezzare, se non proprio entusiasmarsi, dello studio della matematica. Io stesso ho vissuto un’esperienza simile. Nel corso degli studi nella scuola media prima e poi nella scuola superiore ero affascinato dallo studio della matematica, sia aritmetica che algebra, e dal suo rigore formale: un ragionamento corretto portava sempre ad un risultato altrettanto corretto. In caso contrario, era stato commesso sicuramente un errore ed era stimolante andare alla sua ricerca. E quanta soddisfazione quando riuscivi a trovarlo e tutto andava meravigliosamente al suo posto!

Le cose, per me, andavano molto meno bene in geometria. La vivevo come qualcosa di artefatto, un corollario mal riuscito e ben poco interessante ed ancor meno coinvolgente. Mi sembrava che mi si chiedesse di applicare meccanicamente delle regole e delle formule di cui non capivo né l’origine né il senso, oltre quello di ottenere il risultato scritto alla fine della traccia del problema.

La rivoluzione copernicana, per me e per i miei studi, si verificò seguendo il corso di geometria analitica durante i primi anni di università. Tutte quelle regole e quelle formule che imparavo a memoria, un mero esercizio mnemonico, che non avevano, per me, significato e mi sembravano slegate da tutto il contesto, come per magia andavano al loro posto, come tante tessere di un mosaico, assumendo senso e significato che mai avrei immaginato possedessero. E quanta gratificazione nel seguire il ragionamento logico che dall’enunciato del teorema portava alla sua dimostrazione utilizzando le conoscenze precedentemente acquisite!

La riflessione immediata è che, molto probabilmente, i docenti della scuola media e della scuola superiore non avevano presentato bene il loro “prodotto”, la loro “mercanzia”, la loro disciplina. A questo ho pensato con molta frequenza quando mi sono trovato sulla cattedra, quando è toccato a me rendere interessante lo studio di questa, per tanti versi, affascinante disciplina.

La caratteristica peculiare della matematica affrontata a livello scolastico è di essere legata alla realtà tangibile. Le elucubrazioni teoriche di stampo filosofico vanno, ovviamente, lasciate ad altri ambiti, la teorizzazione è per menti già bene allenate. Ben conscio di quanto possa essere pleonastico, ma il ricordarlo mi serve come incipit alle riflessioni successive. La funzione primaria, ineludibile, delle discipline scientifiche e della matematica in particolare è di potenziare il ragionamento logico-deduttivo, di dare corpo al costrutto “se … allora …” con successiva dimostrazione. Così facendo viene potenziata anche la capacità predittiva e la capacità di proporre sempre nuove ipotesi, attività che è alla base del progresso umano.

La società ha imboccato decisamente uno sviluppo in senso tecnologico, infatti le nazioni più ricche ed avanzate sono quelle che hanno per prime puntato sulla tecnica. Sono quei Paesi nelle cui scuole hanno dato ampio risalto alle discipline del gruppo STEM, acronimo formato dalle parole inglesi science (scienza), technology (tecnologia), engineering (ingegneria) e mathematics (matematica). Questa svolta è iniziata circa due secoli addietro nei Paesi anglosassoni. Infatti, non è un caso se la lingua ufficiale della scienza, che era il latino, è stata facilmente soppianta dall’inglese. L’Italia non ha saputo amministrare, potenziare e promuovere adeguatamente la sua grande e profonda cultura umanistica, per cui oggi si ritrova senza una vera identità culturale.

La società dell’oggi è una società che avanza velocità crescente spinta e trainata dalle sempre nuove e più mirabolanti acquisizioni scientifiche nei vari campi dello scibile tecnologico. La conseguenza, facile da immaginare e da prevedere è che l’Italia è costretta ad importare la merce più importante: il know-how scientifico cioè le competenze in campo tecnologico, che costituiscono il vero e più efficace motore di sviluppo.

Il ministero dell’istruzione e del merito, secondo l’attuale denominazione, da qualche anno ormai ha iniziato ad emanare delle norme che vanno nella direzione della promozione delle STEM, anche se tutte le norme stesse, immancabilmente, riportano la dicitura “senza aggravio per il bilancio dello Stato” o similari. Come ormai abitudine ben consolidata e sicuramente bipartisan, quando osi parla di scuola si vuole organizzare matrimoni con i fichi secchi. Ed a volte neanche quelli. Ad onor del vero qualche soldo è stato speso, anche se senza la necessaria oculatezza e l’ancor più necessaria visione, forse solo per dimostrare che qualche cosa si è pur fatta.

La maggior parte dei fondi spesi, infatti, è stata destinata all’informatica, prima con le aule multimediali, spesso sotto utilizzate in base alle loro potenzialità, poi con le LIM in ogni classe che, con buona approssimazione, hanno subito la stessa sorte. Si è dovuto attendere il 2018 con il documento Indicazioni nazionali e nuovi scenari perché nel panorama didattico entrasse a pieno titolo il pensiero computazionale ed il coding. Si è andati, per fortuna, alle sorgenti del problema, almeno sul fronte dei ragazzi. Sul fonte dei docenti, invece, l’unico sussulto si è avuto con l’introduzione dell’animatore digitale. Spesso ridotto ad una voce che grida nel deserto. Sarebbe stato molto più produttivo, a mio parere, formare i due docenti lungo due direttrici. Una dedicata alla conoscenza dei software più diffusi e più utili nella didattica, ad iniziare dalle suite per la produttività iniziale (MS-Office ® della Microsoft, OpenOffice e LibreOffice, queste ultime due completamente gratuite). A seguire, non si sarebbe dovuta tralasciare la conoscenza, almeno strumentale, dei social più utilizzati dai ragazzi.

Accanto a questa, l’altra direttrice avrebbe dovuto riguardare il pensiero computazionale ed il coding, in modo da renderne l’insegnamento molto più proficuo e coinvolgente, oltre che maggiormente molto più permeante e produttivo nella didattica quotidiana.

Chiedo scusa a chi ha avuto la pazienza di leggermi fino a questo punto per la divagazione e torno subito a parlare più precipuamente di matematica e del suo insegnamento.

Lo spunto per queste modeste riflessioni mi è venuto dalla lettura dell’intervista al premio Nobel Giorgio Parisi riportata un articolo[1] del Il Messaggero. Lo scienziato ha affermato, tra l’altro, che «la matematica e la fisica a scuola possono diventare un gioco, già a partire dalla scuola primaria».

Come si apprende dall’articolo precedentemente citato, il ministro Valditara ha istituito un gruppo di lavoro di cui fanno parte grandi professori che si confronteranno con il professore Parisi e con l’Accademia dei Lincei. Al gruppo di lavoro è stato dato l’obiettivo di individuare le condizioni necessarie per avvicinare tutti gli studenti, a prescindere dall’età, allo studio delle materie tecnico-scientifiche proponendo un insegnante basato sulle attività pratiche. L’obiettivo dell’apprendimento proposto, quindi, scorrerebbe dalla manualità e dalla concretezza dell’esperimento verso l’astrazione teorica.

Il professore Parisi ha, inoltre, ribadito che il pensiero astratto deve essere considerato il punto di arrivo e non certo di partenza, bisogna, cioè, partire dal concreto per giungere al concetto teorico. Il professore ha poi citato molti altri problemi connessi al nostro sistema scolastico e di quanto gira attorno ad esso, dalla dispersione scolastica per cui molti ragazzi non arrivano al diploma, al problema rappresentato dall’elevato costo degli affitti relativi agli alloggi per gli universitari.

Senza voler entrare in polemica con un premio Nobel, ci mancherebbe altro!, sarebbe stato opportuno un richiamo, almeno un accenno, quanto politicamente corretto si vuole, al vero ed unico problema di fondo: la visione politica di prospettiva a lungo termini da parte dei vari governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, compreso quello in carica. Cosa si vuole veramente dalla scuola? quanto si crede nella sua azione? E quanto nella sua funzione di efficace motore di crescita e di progresso, sia economico sia sociale?

La scuola italiana ha estremo bisogno di un cambio di paradigma che ne modifichi la visione percettiva da semplice centrale di costo da tagliare impunemente ad investimento da rendere quanto più produttivo possibile.

È sicuramente un obiettivo ambizioso, lungo e complesso ma sempre più necessario, se si vuole continuare ad occupare posizioni apicali nello scacchiere internazionale e non correre il rischio, già in parte attivo, di essere declassati a colonia culturale di altri Paesi più lungimiranti in questo contesto.

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Bibliografia:

Le immagini di Tropea (VV) sono scatti dell’autore.

[1] https://www.ilmessaggero.it/scuola/parisi_nobel_fisica_asilo_matematica_nuovo_ programma_news-7160134.html