Compiti a casa: si o no?

Compiti a casa: si o no?

2 Giugno 2024 0 Di giuseppe perpiglia

I compiti a casa, da tempo immemore, hanno costituito un elemento divisivo sia tra scuola e famiglia, sia tra famiglie ed al loro interno, sia ancora all’interno della classe docente.

Molto semplicisticamente, i compiti a casa vengono visti ed interpretati da due punti di vista diametralmente opposti. Da una parte vengono visti come una necessità perché il ragazzo possa capire ed acquisire efficacemente quanto spiegato in classe, dall’altra vengono interpretati quasi fossero una punizione, una rivalsa da parte dei docenti verso i ragazzi, ai quali toglierebbero tempo per altri interessi.

L’OCSE-PISA[1] ha svolto un’indagine per conoscere il tempo dedicato dagli studenti dei vari Paesi allo svolgimento dei compiti a casa. Si è, così, potuto appurare che l’Italia è la nazione in cui i ragazzi sono impegnati, in media, per circa 1,5 ore giornaliere. Con questi dati l’Italia si presenta come il Paese in cui i ragazzi dedicano maggior tempo a tale attività. Una situazione abbastanza simile all’Italia è quella che si verifica in Russia.

La Polonia ha da poco emanato una legge per eliminare i compiti a casa per gli alunni delle prime tre classi della scuola primaria e ridurre drasticamente i compiti a casa anche per le classi delle scuole secondarie. Tale riforma viene propagandata dal governo polacco, e non potrebbe essere altrimenti, come una grande conquista di civiltà.

I sostenitori dell’abolizione dei compiti a casa sono convinti che l’impegno domestico non permetterebbe ai ragazzi di dedicare tempo al necessario riposo ed all’altrettanto necessaria cura di altri interessi, importanti per una crescita armonica ed una maturazione sociale basata sulle relazioni.

Ritorna prepotente la cultura dei diritti e della loro impensabile mancata fruizione. Diritti, non in quanto opportunità dovute a tutti i cittadini come acquisizione di civiltà, bensì diritti come contrapposizione ai doveri. Non vi è più, da parte di nessuno, una valutazione dell’equilibrato confronto fra diritti e doveri, non si vuole più considerare l’ovvietà che il diritto di uno corrisponde al dovere di un altro e viceversa.

Praticamente in tutte le nazioni del modo, salvo poche esecrabili eccezioni, i cittadini, senza distinzione alcuna, hanno diritto all’istruzione così come sancito da diversi documenti internazionali ratificati da numerosi Stati. Primo fra tutti la Convenzione sui diritti dei fanciulli.

Si dà il caso, però, che l’istruzione non è un processo banale, né per chi la fornisce, né per chi la deve acquisire. L’istruzione, infatti, richiede partecipazione ed impegno istituzionale e personale, richiede tempo ed applicazione. Alcuni meccanismi mentali hanno bisogno di esercizio e per essere acquisiti e fatti propri, così come alcune informazioni o dati di fatto, utili ben oltre la semplice conoscenza, debbono essere letti e ripetuti per essere adeguatamente e strumentalmente memorizzate. Nessuno, spero, si sarà scandalizzato per questa affermazione. Come recita un vecchio adagio, infatti, “non vi può essere formazione senza informazione”, come si potrebbe scegliere se non si conoscessero i termini della questione?

Oggi è alquanto diffusa la tendenza ad una deresponsabilizzazione in tutti i campi in virtù di un mal compreso senso di libertà. Permangono, invece, molte attività che richiedono tempo, passione ed impegno. In caso contrario, sarebbero ridotte, come di fatto avviene, a vuoti simulacri senza nessuna utilità e senza nessuna finalizzazione pratica.

Come capita spesso, la ricerca condotta dall’OCSE-PISA ha subito creato una contrapposizione tra favorevoli e contrari ai compiti in classe, tra guelfi e ghibellini. Vecchio e consolidato sport italico. I due schieramenti si sono affrontati, “l’un contro l’altro armato”, con argomentazioni valide e meno valide e con toni sin da subito spesso fuori luogo.

La questione, come molte altre, non ha due sole soluzioni, non può essere risolta con la logica digitale del vero o falso, del bianco o nero, al contrario prevede “50 sfumature di grigio” ed anche più. Bisogna che la scuola ed il singolo docente si lascino guidare dall’equilibrio e dal buon senso.

Ed in questo contesto non può non essere tirata in ballo la politica e le linee programmatiche da essa elaborate e proposte nel corso degli anni. Fanno ormai parte dei ricordi lontani e sbiaditi le L.A.C. -libere attività complementari- svolte di pomeriggio su base volontaria. A dispetto della denominazione altisonante, furono ridotte ad operare come ripetizioni istituzionalizzate dai docenti, e come un ulteriore tempo di parcheggio per molte famiglie. Il grande pregio, forse anche l’unico, fu di fare da apripista al tempo prolungato, vera e propria appendice della normale attività didattica e gestita dagli stessi docenti delle ore antimeridiane. Il pranzo veniva consumato insieme, docenti ed alunni, con una ulteriore occasione di incontro, di relazione e di formazione. In presenza del tempo prolungato avrebbe molto più senso pensare, se non ad una vera e propria eliminazione, almeno ad un cospicuo ridimensionamento del tempo da dedicare ai compiti a casa, perché il grosso lo si dovrebbe fare e studiare a scuola. Qualche cosa, però, a casa la si dovrebbe pur studiare per poterla fare propria. Si potrebbe senza dubbio eliminare, ammesso che non lo si faccia già, di assegnare batterie di esercizi tutti uguali solo per riempire il quaderno o per passare per un docente serio, un docente scrupoloso, mentre non hanno alcuna funzione ed alcuna ricaduta sul fronte dell’apprendimento in quanto potrebbero, piuttosto, configurarsi come mero addestramento, che è cosa ben diversa.

La già citata politica è responsabile anche per un altro verso. Essa, infatti, con scelte scellerate ed illogiche, ha delegittimato la scuola e la figura del docente, ritenendo l’istituzione scolastica una semplice ed onerosa voce di spesa su cui poter impunemente applicare i famigerati tagli lineari. Questo ha portato a riconoscere sempre meno importanza alla scuola e, quindi, al suo prodotto per antonomasia: la cultura. I ragazzi e molte famiglie guardano alla scuola come ad un rito privo di significato a cui non è possibile sottrarsi e quindi cercano di dedicare quanto meno tempo ed impegno possibili. A questo bisogna aggiungere che non esiste più lo spauracchio della bocciatura ed il connesso senso di colpa. Potrebbe sembrare una cosa buona, ma bisogna considerare tale fatto dalla giusta prospettiva. Infatti, per un Consiglio di classe bocciare è diventata impresa ardua per una serie di motivi. Tra questi, quello più politico è che il sistema politico vuole dimostrare che la scuola funziona, che la scuola è ancora, a dispetto dei tagli, un’azienda che produce. Il ricorso alla bocciatura dovrebbe sicuramente essere l’extrema ratio in un sistema che funziona, in un sistema in grado di auto-rigenerarsi e di apprendere dall’esperienza, dalla società e dai propri errori. Dovrebbe essere semplicemente la ratifica di una assoluta mancanza di risposta responsabile da parte del discente. Ben lungi da un siffatto atteggiamento, la scuola è diventato un sistema che funziona solo grazie alla buona volontà ed al senso di responsabilità dei singoli docenti che spesso vanno ben oltre un asettico ed impersonale contratto di lavoro.

Da quanto finora accennato si arguisce che assegnare o meno compiti a casa è un falso problema, è un semplice specchietto per le allodole in modo da distogliere l’attenzione dai problemi reali con cui il sistema di istruzione e formazione si dovrebbe confrontare. Tra questi ultimi, di primaria importanza è l’assoluta mancanza di una visione di lungo periodo e quindi di una vera ed efficace programmazione da parte dei decisori politici, una programmazione che sia in grado di guidare con mano ferma e decisa la scuola italiana nell’infido mare della società attuale.

Ma ritorniamo, concludendo, all’angusto orticello dei compiti a casa con alcune riflessioni personali.

Non assegnare compiti per casa potrebbe, tra le altre cose, indurre a pensare che l’attività dell’apprendere e dell’imparare sia da relegare solo ed esclusivamente al tempo trascorso a scuola, cosa assolutamente al di fuori della realtà. Inoltre, assegnare i compiti a casa rappresenta anche un importante fattore per responsabilizzare i ragazzi, per metterli di fronte alle loro rispettive responsabilità. Svolgere i compiti in modo diligente, continuo e corretto deve essere proposto e vissuto come momento di crescita personale in vista degli impegni ben più gravosi che dovranno affrontare nel mondo del lavoro.

Un’ultima notazione, il cui ampliamento mi riservo per un prossimo futuro. Quasi tutti gli alunni di una terza classe di una scuola secondaria di primo grado di Cremona hanno candidamente ammesso che facevano i compiti ricorrendo all’intelligenza artificiale. A questo punto la domanda nasce spontanea: «La scuola italiana è pronta ad affrontare la sfida del futuro?»

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Breve sitografia:

Le immagini di Gubbio (PG) sono scatti dell’autore.

 

[1] PISA è un acronimo e sta per Programme for International Student Assessment. Si tratta di un’indagine internazionale promossa dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico).