Il sonno della ragione

Il sonno della ragione

10 Marzo 2024 0 Di giuseppe perpiglia

Il 27 gennaio si celebra il giorno della memoria. Una data per non dimenticare il profondo baratro in cui può cadere il genere umano quando cede alle lusinghe di un falso potere. Quando l’istinto alla sopraffazione offusca le menti l’uomo è pronto a scagliarsi contro il fratello nella convinzione di essere autorizzato in virtù di non si sa quale diritto. Come non ricordare le frasi che hanno accompagnato ed accompagnano tutt’ora tante morti: “Dio è con noi!”, “Allah akbar” e tanti eccidi sono stati perpetrati al grido: “Gott mit uns”. Mancando un qualche “diritto” razionale, l’uomo ha utilizzato la sua presunta intelligenza per fare ricorso al trascendente al fine di giustificare la sua assoluta mancanza di umanità.

Il pittore spagnolo Francisco Goya (1746-1828) intitolò una sua famosa opera “Il sonno della ragione genera mostri”. E quanti mostri sono stati generati nel corso della storia e quanti ve ne sono ancora in circolazione!

La guerra, infatti, non è mai stata assente sulla faccia della terra, anche oggi, dopo millenni in cui la civiltà ha raggiunto grandi traguardi, in cui lo spirito ha saputo elevarsi sempre più, la terra, madre di vita, viene bagnata dal sangue dei morti, spesso civili inermi, stritolati da interessi economici e finanziari di pochi. Possibile che l’uomo, essere intelligente che ha saputo costruire edifici e monumenti magnifici, che ha saputo plasmare la pietra ed i metalli in opere meravigliose, che ha saputo mescolare i colori per trarne opere in grado di   toccare le corde più profonde dell’animo, che ha saputo dare la vita a cose che vita non hanno, sia lo stesso uomo che continua imperterrito la sua opera di auto-distruzione?

Mi è capitato di leggere sulla rete una frase che rende conto della grande incoerenza umana: «L’uomo che spende miliardi per mandare razzi nello spazio alla ricerca di vita su altri mondi è lo stesso uomo che spende miliardi per annientare la vita su questo?».

Il singolo individuo, il così detto uomo della strada, si sente impotente contro quanto sta accadendo in Ucraina o nella striscia di Gaza, pensa di non avere strumento alcuno per fermare o almeno per ostacolare questo stato di cose. Ma con questo atteggiamento, a poco a poco si cade nella rassegnazione fino all’accettazione silente, fino alla rimozione del problema, fino a giungere alla conclusione, molto rassicurante, che, in fondo, la cosa non ci riguardi.

E questo è il male maggiore, è il male che in modo subdolo ci fa abbassare la guardia, ci porta ad accettare comportamenti e situazioni inacetatili.

In tutto questo la scuola riveste un ruolo primario dal quale non potrebbe derogare, un ruolo che dovrebbe qualificare l’istituzione ed ogni singolo docente.

Le crudeltà fisiche e psicologiche sono a carico di pochi e, come tali, dovrebbero essere subito e con fermezza stigmatizzate dai più. Ma non sempre è così. Siamo, infatti, spesso pronti ad indignarci per un rigore concesso o negato, siamo pronti a far sentire la nostra voce ferma e decisa se un cantante vince o non vince il festival di Sanremo, siamo addirittura capaci di accapigliarci, a volte con esiti tragici, se qualcuno osa toccare, seppure lievemente, la carrozzeria della nostra auto, ma siamo molto propensi a girarci dall’altra parte quando pensiamo che la cosa non ci riguardi, che le cose avvengano lontano da noi.

Oggi alla scuola viene richiesto, in modo diretto e franco dall’etica professionale e dalla società, ed in modo alquanto ipocrita dalla politica, di formare cittadini forniti di strumenti adeguati e efficienti per poter ragionare con la propria testa, cittadini che sappiano ad un tempo combattere per i propri diritti, sanciti dalla Costituzione e dall’essere persone, e rispettare, ottemperandovi puntualmente, anche i propri doveri umani e sociali.

Ogni diritto, infatti, è sempre legato ad un dovere.

Allora, il concetto di memoria non può essere un concetto relegato esclusivamente ad un solo fatto per quanto esecrabile esso sia, ma deve interessare la vita sociale dell’intera comunità. Bisogna ricordarsi, ogni giorno e non solo il 27 gennaio, anche di tutti coloro che hanno bisogno dell’aiuto degli altri. E sono molti dipiù di quelli che si possa immaginare. Ognuno di noi, infatti, ha sempre bisogno dell’aiuto degli altri. Bisogna ricordarsi di tutti coloro che non hanno nulla su cui contare, di tutti coloro che non hanno doveri perché hanno visto calpestati i propri diritti.

Anni fa mi colpì una frase di don Giacomo Panizza, un prete scomodo per l’establishment, personaggio molto conosciuto perché ha dedicato la sua vita agli altri: «Bisogna batterci per dare dei doveri a chi non ha diritti». Vi sono, infatti, in tutte le nostre città, soggetti messi ai margini della società, ed anche oltre, cui non possono essere richiesti dei doveri perché li abbiamo esautorati anche dai diritti essenziali.

La scuola, oggi più che mai, deve fare proprio il motto che fu di don Lorenzo Milani: “I care”, io mi preoccupo, prendo a cuore la situazione dell’altro.

È solo stringendo legami di forte corresponsabilità e di mutuo aiuto che è possibile vaccinarci tutti, che è possibile dotarci degli anticorpi necessari per combattere l’egoismo e la chiusura che rappresenta il brodo di coltura, il necessario luogo di incubazione, per comportamenti violenti, caratterizzati dall’aggressività e dalla prevaricazione. Ogni albero, per quanto grande possa essere, origina sempre da un piccolo seme che, per crescere, ha bisogno di nutrirsi dal terreno in cui germoglia. Togliendo alle guerre l’habitat di cui hanno bisogno non potrebbero verificarsi, non avrebbero il necessario spazio per allargarsi sempre più.

La norma ha istituzionalizzato l’insegnamento di educazione civica il cui scopo principale, però, deve essere di far capire ai ragazzi, e non solo a loro, l’importanza di comportamenti corretti e rispettosi degli altri e dell’ambiente, ma anche di un’effettiva vicinanza. Bisognerebbe comprendere a fondo, tutti giovani ed adulti indistintamente, e fare propria una frase di un amato presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy «Non chiederti cosa lo Stato possa fare per te, ma cosa tu possa fare per lo Stato». Per Stato dobbiamo intendere non tanto le istituzioni, di cui per altro è importante conoscere ruolo e funzionamento, ma soprattutto la comunità di uomini e donne animati da buona volontà.

Il bene ed il male fanno entrambi parte della natura umana per cui non potranno mai essere completamente eradicati. Sta al discernimento di ognuno far prevalere l’uno o l’altro.

Il comportamento individuale è sempre un miscuglio che va dai santi e dai mistici fino ai responsabili della Shoah, che qualcuno continua imperterrito a negare. Ognuno di noi è chiamato a scegliere da che parte stare, a scegliere quale posizione assumere, in quale punto situarsi. Della sua scelta ne dovrà rendere conto agli altri e, ancor di più, alla sua coscienza. Se ne ha una.

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