La nomofobia

La nomofobia

4 Febbraio 2024 0 Di giuseppe perpiglia

L’uomo è forse l’unico essere vivente in grado di creare strumenti per propria comodità salvo manifestare spesso la tendenza a rendersene schiavo. Un semplice esempio di schiavitù auto-imposta, per quanto piuttosto blanda, può essere considerata la moda che ci ingiunge come vestire e come vivere. Quanti sono, ancora, gli oggetti assurti a status symbol e che cerchiamo di possedere non per le loro funzioni ma solo per quello che rappresentano! La funzionalità e la razionalità sono state bellamente sacrificate sull’altare dell’apparenza. Non è, forse, anche questa una prova che ci lasciamo irretire dalla forma dimenticando la sostanza?

La costatazione, per quanto triste, è facilmente dimostrabile e condivisibile guardandosi un po’ in giro. Sempre più spesso si vedono cose che cozzano in modo deciso contro il buon senso e contro il buon gusto eppure le si fanno perché “sono di moda”, “perché così fanno tutti”.

Sono comportamenti che hanno un’origine culturale e che vanno, quindi, combattuti, o almeno affrontati, con un’adeguata e pregnante proposta culturale.

Il titolo scelto per questo articolo è un termine entrato da poco nel lessico comune e rappresenta la traduzione del termine inglese nomophobia. Il lemma è costituito dalla fusione del suffisso –phobia (paura) e dalle iniziali delle parole inglesi no e mobile-phone ed indica la paura di non essere connessi.

Oggigiorno, infatti, uno status symbol molto diffuso è senza dubbio lo smartphone, il cellulare o telefonino che dir si voglia. Anche i bimbetti delle elementari ne sono forniti e magari ne possiedono un modello con funzionalità e prestazioni avveniristiche che non useranno mai perché neanche ne conoscono l’esistenza.

Il termine nomofobia è stato coniato nell’ambito di uno studio commissionato da Stewart Fox-Mills, responsabile delle poste inglesi, ad un istituto di ricerca. «Lo studio ha rilevato che quasi il 53% degli utenti di telefono cellulare in Gran Bretagna tendono a mostrare uno stato ansioso quando “perdono il loro cellulare, esauriscono la batteria o il credito residuo o non hanno copertura di rete”. Lo studio ha rilevato che circa il 58 per cento degli uomini e il 48 per cento delle donne soffrono di questa fobia, e che un altro 9 per cento è stressato quando il cellulare è fuori uso. Lo studio ha esaminato 2.163 persone: il 55 per cento degli esaminati citavano il bisogno di tenersi in contatto con amici e familiari come causa principale dello stato ansioso che li assale quando non possono usare il cellulare. Esso ha inoltre rilevato che i livelli di stress indotto mediamente dalla nomofobia sono paragonabili a quelli indotti dalla “tremarella del giorno delle nozze” o a quelli di quando si va dal dentista. Il dieci per cento degli intervistati ha detto di avere necessità di essere rintracciabile in ogni momento per motivi di lavoro.

Più di un nomofobo su due non spegne mai il proprio cellulare»[1].

Per alcune persone, in effetti, potrebbe essere un vero problema non avere la possibilità di connettersi alla rete o la possibilità di telefonare ma per la grande maggioranza degli individui la vita senza connessione o senza cellulare continuerebbe a scorrere in modo pressocché normale.

Per inquadrare il problema riporto solo due dati tra quelli raccolti dall’istituto di ricerca YouGov che ha condotto lo studio:

  • Circa il 6 per cento dei giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni utilizzano lo smartphone nel momento in cui devo andare a dormire;
  • Il 53 per cento di coloro che usano lo smartphone tende a manifestare stati d’ansia quando rimane senza carica, senza credito o senza copertura di rete[2].

Ma cosa è la nomofobia?

La definizione è piuttosto semplice: è la paura di non essere collegati alla rete per un qualsivoglia motivo. Tale disturbo è da annoverare tra le dipendenze comportamentali, cioè quell’insieme indistinto di comportamenti agiti in modo incontrollato. Al momento, tale dipendenza non è riconosciuta ufficialmente come una vera e propria patologia, ma si tende a farla rientrare tra le fobie specifiche, cioè «una paura marcata e persistente verso uno stimolo o una situazione che non costituisce un pericolo per la vita, accompagnata da una serie di risposte somatiche e fisiologiche che a loro volta possono essere percepite come minacciose da chi le sperimenta»[3].

I sintomi legati alla nomofobia sono diversi e possono comprendere tremori, tachicardia, aumentata frequenza respiratoria, sudorazione, agitazione, ansia, irritabilità. A questi sintomi possono essere associati comportamenti abbastanza tipici, come non staccarsi mai dal telefonino, caricarlo continuamente e controllare in modo quasi frenetico se vi siano o meno notifiche o chiamate.

L’utilizzo di smartphone e di tablet è ormai un fatto compiuto ed acquisito, ma, per fortuna, non tutti cadono nelle spire della nomofobia. Vi sono, secondo studi pubblicati nel 2018, alcuni fattori predisponenti. Il numero maggiore di individui affetti da nomofobia sono i giovani adulti, mentre a livello di genere secondo alcuni studi vi sarebbe una leggera prevalenza del genere femminile, mentre per altri, tale differenza non sarebbe affatto significativa. L’individuo a maggior pericolo di nomofobia sarebbe caratterizzato da bassa autostima, da scarso senso di auto-efficacia, da un tratto di introversione e da alta impulsività. A questi bisogna aggiungere anche alcuni fattori di rischio ricadenti nella sfera della genetica, del tratto psicologico e temperamentale ed altri legati all’ambiente sociale.

Al solito, è stata tirata in ballo la scuola anche per la risoluzione di tale problema. Il docente dovrebbe essere un uomo, o una donna, con una cultura enciclopedica e con qualsivoglia competenza in grado di risolvere qualsiasi problema di manifesti nella società, salvo essere fatto oggetto dei “tagli lineari” per mere questioni di bilancio.

Il docente non è un demiurgo in grado di riportare l’ordine dove regna il caos. Il docente è un professionista a cui la società ha affidato il delicato compito di promuovere e di diffondere la cultura grazie ad un’istituzione rigidamente strutturata. I compiti del docente si sono moltiplicati nel tempo e le richieste si sono enormemente ampliate. Di converso non vi è stato un adeguamento delle modalità di ingaggio e men che meno nella legittimazione sociale di tale ruolo professionale, che, anzi, ha fatto registrare una decisa inversione di tendenza.

Tutto quello che può fare la scuola ed il singolo docente è procurarsi gli strumenti culturali e professionali per rendersi conto delle situazioni di disagio o di vera e propria patologia di ogni alunno per denunciarla agli organi deputati alla diagnosi ed alla cura e, per quanto nelle proprie facoltà, attivarsi per prevenire o ridurre i fattori predisponenti ed i sintomi manifestati.

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Sitografia:

  1. https://www.istitutobeck.com/psicoterapia-disturbi-psicologici-terapie/le-nuove-dipendenze/dipendenza-da-smartphone-nomofobia#:~:text=Tutto%20ci%C3%B2%20ha%20un%20nome,poter%20utilizzare%20il%20proprio%20smartphone
  2. https://www.centromedicosacrocuore.it/nomofobia-il-disturbo-invisibile-dellera-digitale/#:~:text=Le%20cause%20della%20nomofobia%20 possono,FOMO%20%E2%80%93%20Fear%20of%20Missing%20Out)
  3. https://www.ipsico.it/news/dipendenza-da-cellulare-sintomi-nomofobia/#:~:text=Una%20persona%20soffre%20di%20Nomofobia,accelerato%2C%20dolore%20toracico%20e%20nausea
  4. https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2017/04/19/saluteallarme-nomofobiadipendenza-da-smartphone-e-malattia_65317299-8658-4fed-84ee-a925029e98e3.html#:~:text=Pi%C3%B9%20colpiti%20giovani%20tra%2018%2D25%20anni%20con%20problemi%20relazionali&text=Per%20gli%20esperti%20la%20dipendenza,bassa%20autostima%20e%20problemi%20relazionali

Le immagini di Belmonte (CS) sono scatti dell’autore dell’articolo.

[1] Tratto da www.wikipedia.org

[2] Tratto dalla pagina riportata al numero 1 della sitografia

[3] Tratto dalla pagina riportata al numero 1 della sitografia