La visione olistica

La visione olistica

21 Gennaio 2024 0 Di giuseppe perpiglia

La scuola italiana negli ultimi 3-4 decenni ha cambiato radicalmente pelle, passando dall’essere un’istituzione chiusa su sé stessa, autoreferenziale e guidata in modo verticistico dall’autorità centrale, ad essere un’istituzione aperta e disponibile a reciproche contaminazioni con il territorio di riferimento, con altri attori sociali e con la società in generale. Una scuola sempre più consapevole di operare, non con numeri o con soldatini di stagno, tutti uguali e standardizzabili, bensì con persone in rapida evoluzione. Con persone ognuna delle quali entra in classe con un proprio bagaglio di esperienze di cui bisogna tener conto e da cui bisogna partire per costruire un percorso condiviso che porti i frutti sperati ed attesi. Una scuola che ha finalmente e definitivamente messo in soffitta, tra i ricordi, il totem, una volta intoccabile, del programma ministeriale, vero e proprio idolo a cui tutto doveva essere asservito.

Una cesura reale tra un prima ed un dopo si è avuta con la legge 15 marzo 1997, n. 59 sicuramente più nota come riforma Bassanini, dal nome del primo firmatario. La legge appena citata prevede, tra l’altro, all’art. 21, l’autonomia delle istituzioni scolastiche, regolata dal D.P.R. 8 marzo 1999, n. 275.

In seguito all’introduzione di tali norme la scuola è diventata più flessibile e più efficacemente rispondente alle contingenze della società e di ogni singolo alunno ad essa affidatogli, con un aggravio di responsabilità, ma anche con nuovi gradi di libertà operativa e con possibilità di maggiori gratificazioni per docenti e dirigenti.

Questo, però, non può e non deve esimerla dall’avere una visione prospettica che è quella indicata dalla Costituzione: «il pieno sviluppo della persona umana», obiettivo ben più ambizioso del semplice scrivere, leggere e far di conto.

Questo non sempre agevole percorso di cambiamento, ancora in essere, ha richiesto un diverso modo di vivere e di attuare il delicato compito dell’insegnamento che, al di là di ogni retorica, può e deve essere considerato, primi fra tutti dagli stessi docenti, una vera e propria missione.

Il percorso normativo e pedagogico ancora in atto ha portato all’introduzione di nuovi strumenti e di nuove procedure la cui validità è legata alla loro stretta correlazione.

È venuta, infatti, meno la tranquilla, quanto sterile, sicurezza della strada rigidamente segnata dal programma, per cui il corpo docente si è trovato a dover affrontare gli sterminati spazi messigli a disposizione dall’autonomia senza avere, però, punti di riferimento.

I contenuti e le nozioni sono stati scalzati dal loro posto di attori principali, anzi unici, dalle competenze, conservando solo la funzione di strumenti insostituibili ai fini del perseguimento delle competenze stesse. “Non può esserci formazione senza informazione” è una frase che non perderà mai di validità.

I docenti hanno dovuto modificare il loro modo di progettare e, quindi, di programmare; hanno dovuto iniziare a lavorare sempre più come gruppo affiatato abbandonando l’atteggiamento individualistico che ha caratterizzato la professione fino a tutti gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Ogni azione didattica e formativa deve essere concordata e condivisa prima, a grandi linee, in sede di Collegio dei Docenti, poi adeguata e contestualizzata a livello di Consiglio di classe ed infine messa in atto dal singolo docente nella classe, tenendo conto delle individualità degli alunni.

Bisogna, cioè, fare in modo che l’istituzione si comporti come una vera comunità educanda anche nella sostanza e prenda consapevolezza di ciò. In questo suo ruolo deve coinvolgere, molto più di quanto lo faccia adesso, anche la famiglia quale prima agenzia educativa.

Un tale approccio è stato reso necessario ed improcrastinabile dall’introduzione delle competenze disciplinari e trasversali, che, diversamente dai contenuti, non sono facilmente confinabili, ma creano una fitta rete di relazioni in grado di legare insieme numerosi ambiti cognitivi e formativi.

Nella situazione caratterizzata da fluidità a causa dell’autonomia e dell’avvento delle competenze è necessario avere una linea guida, una stella polare che dia un senso ed una prospettiva alle attività programmate. E proprio questa è la funzione che dovrebbe svolgere il curricolo verticale. Tale documento rappresenta il canovaccio a maglie larghe la cui funzione è quella di guidare l’attività didattica e formativa dalla scuola dell’infanzia fino al termine della scuola secondaria di primo grado. È, questo, tra l’altro, un modo efficace per minimizzare i deleteri effetti dovuti al passaggio tra la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado.

Altra conseguenza dell’aleatorietà introdotta dalle competenze è la necessità di un monitoraggio continuo e di una riflessione comune sui risultati via via raggiunti.

La norma è intervenuta prevedendo la stesura di un apposito documento, il Rapporto di autovalutazione (RAV), che non può essere fine a sé stesso ma deve portare, a sua volta, alla stesura di un ulteriore documento, il Piano di miglioramento (PdM). Questo secondo documento, partendo dalle conclusioni e dalle risultanze del RAV, deve riportare le azioni che si intende intraprendere per potenziare i punti di forza emersi e per combattere le criticità evidenziate nel RAV.

Entrambi i documenti, però, debbono essere seguiti e completati da azioni concrete perché se guardiamo a tali documenti solo come ad un obbligo burocratico, oppure se li deleghiamo al solito gruppo di lavoro o, peggio ancora, al solo collega maggiormente motivato, il tutto si risolverebbe in una perdita di tempo e nello svuotamento del loro significato.

Stilando, invece, questi due documenti dopo un’adeguata riflessione comune, essi risulterebbero essere sicuramente fonte di gratificazione nel proprio lavoro e di incremento della motivazione personale. Il nostro fare ed il nostro essere docenti acquisirebbe un ben altro e più elevato orizzonte di senso.

I quattro documenti citati: curricolo verticale, RAV, PdM e PTOF, sono legati da uno stretto rapporto di interdipendenza reciproca in quanto ognuno di essi influenza gli altri.

Il punto di repere ditale ciclo lo si può indicare nel RAV la cui funzione, come già affermato, è quella di mettere in luce punti di forza e punti critici di tutta l’organizzazione su cui si regge l’istituzione, anche alla luce dei risultati registrati. Un punto importante, a cui dare la dovuta attenzione, riguarda il clima relazionale ed i rapporti interpersonali che vigono nell’istituzione.

Il secondo stadio è relativo alla stesura, partendo dalle rilevazioni contenute nel RAV, del PdM che deve elencare le azioni che si intende intraprendere per fornire un servizio sempre più efficace ed efficiente.

Sulla base delle decisioni prese nel PdM si procederà alla stesura del PTOF che a sua volta servirà da base per stilare il curricolo verticale.

Le azioni esperite nel PdM ed i risultati ottenuti grazie alle attività previste nel curricolo verticale serviranno da base per la stesura del RAV dell’anno successivo ed il ciclo ricomincia.

I rapporti con l’esterno sono rappresentati dal piano triennale dell’offerta formativa e da un altro documento previsto anch’esso dalla norma: il bilancio sociale o rendicontazione dell’attività didattica. Esso rappresenta un’assunzione di responsabilità dell’istituzione verso sé stessa e verso la società.

Tutti i documenti citati, come già affermato, sono strettamente interconnessi e come tali debbono essere considerati, sia in fase di stesura sia in fase di applicazione. In questo senso dobbiamo dare all’istituzione un’organizzazione olistica, cioè strettamente strutturata al suo interno dando un senso compiuto al lavoro di tutti e di ciascuno.

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Immagini: Le immagini di Vicenza sono scatti dell’autore dell’articolo

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