Don Milani ed il ’68

Don Milani ed il ’68

7 Gennaio 2024 4 Di giuseppe perpiglia

E la rete, la rete! Oltre al sempreverde Facebook, almeno per chi ha superato gli anta, è molto utilizzato anche WhatsApp, l’app di messaggistica in tempo reale per telefoni cellulari in cui è possibile anche gestire gruppi di discussione. Proprio su uno di questi gruppi ho avuto modo di leggere l’articolo “La nociva utopia di Don Milani” a firma di Marcello Veneziani, giornalista, scrittore e filosofo, nonché autore di libri pubblicati da prestigiose case editrici e commentatore della RAI.

A voler sintetizzare il contenuto dell’articolo appena citato, si può affermare che in esso Veneziani sostiene la tesi secondo cui lo sfascio della scuola attuale sia figlio dell’utopia di don Lorenzo Milani, del quale si riconoscono le nobili intenzioni e la buona fede: «sognava una scuola non dei ricchi ma di tutti, col professore uguale ai suoi alunni, dialogante, senza bocciature e senza autorità, perché “l’obbedienza non è una virtù”».

Leggendo l’articolo in esame, ho avuto la netta sensazione che un giudizio così severo riguardo a don Milani e alla sua visione pedagogica, a cui corrisponde un’altrettanta chiara visione sociale, sia la diretta conseguenza di una ben precisa visione politica, certamente opposta a quella del priore di Barbiana.

Quando Veneziani afferma che don Milani voleva una scuola senza autorità, forse confonde il professore autoritario e quello autorevole e carismatico, quale senz’altro è stato Don Milani, che prese a bersaglio proprio l’autoritarismo delle tante professoresse e dei tanti professori dell’epoca.

Un’altra critica è quella rivolta al libro di don Milani, intitolato “L’obbedienza non è più una virtù” e composto anch’esso, con i suoi amati alunni, a seguito della polemica insorta ad opera dei cappellani militari di Firenze, che avevano tacciato di vigliaccheria gli obiettori di coscienza, il cui rifiuto di imbracciare le armi era allora punito con il carcere militare.

A tal proposito, viene spontaneo accostare il motto di Don Milani, “I care”, che caratterizzò tutto il suo operato, al “Me ne frego” di epoca fascista; allo stesso modo in cui l’espressione già citata, “L’obbedienza non è più una virtù”, si configura a tutti gli effetti come la giusta e opportuna risposta al “Credere, obbedire e combattere” della stessa matrice culturale e politica del motto precedente.

Non penso, comunque, che si possa imputare a don Milani il fatto che la scuola di oggi «non educa, non stimola alla cultura e non suscita spirito di missione nei docenti».

Per quanto irrilevante sia di fatto la mia persona di fronte ad un così grande scrittore come il Veneziani, mi sia, tuttavia, consentito affermare che dello scadimento scolastico – il quale si protrae ormai da decenni – il principale responsabile va considerata innanzitutto la politica, che ha guardato alla scuola come ad una semplice voce di spesa al pari delle altre, anzi una spesa tout court, alla quale è possibile applicare con regolarità i famigerati tagli lineari. La politica, ormai da tempo, vede la scuola solo come un capitolo di spesa e non già come un necessario e proficuo investimento sulle nuove generazioni e sul futuro del Paese.

Da qualche tempo, inoltre, sempre grazie ad una politica miope e con uno sguardo circoscritto esclusivamente all’immediato e al presente, la professione del docente è diventata per molti l’ultima spiaggia, per trovare un posto sicuro e tale da garantirsi una vita quantomeno dignitosa.

Un altro strale di Veneziani risulta diretto contro la valorizzazione del dialetto e del gergo quotidiano, a cui viene, sic et simpliciter, accostato il «turpiloquio delle periferie degradate. Livellando si, ma verso il basso: anche i figli di papà usano il turpiloquio sgangherato della tv e di borgata».

Esimio dottor Veneziani, ma la tv, propinata dalla RAI e per la quale paghiamo il canone, non è in mano alla politica? E non dovrebbe la politica semmai farsi carico di proporre, non già programmi che facciano diretta concorrenza verso il basso alle tv private, bensì spettacoli di cultura e di intrattenimento di livello più elevato?

Altro passo dell’articolo in questione tutt’altro che aderente al vero è, a mio modesto parere, il seguente: «Ogni selezione per lui era classista, ma, se non premi i più capaci e meritevoli, alla fine azzeri la scuola». La selezione alla quale si opponeva fortemente Don Milani era, tuttavia, quella che risulta operata dalla società ed è protesa alla perpetuazione dell’establishment dato e del classismo elevato ad istituzione, perché, da idealista che aveva di fatto basato la propria vita sui dettami della Bibbia e della Costituzione, era ben consapevole del fatto che l’una e l’altra non negavano, nel modo più assoluto, la selezione in ambito scolastico.

Nella prima, infatti, si narra del buon padrone che, dovendo partire per un lungo viaggio, lascia ai suoi servi dei talenti, a chi 5, a chi 2 e a chi 1, per cui al suo ritorno chiede conto di cosa ne abbiano fatto, premiando e punendo in base alle loro azioni. Nella Costituzione, all’art. 34, si legge: «La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso».

Da quanto appena affermato è legittimo arguire, quindi, che Don Milani non fosse pregiudizialmente prevenuto nei confronti della selezione in quanto tale e che l’obiettivo da lui ritenuto prioritario fosse quello di consentire ad ogni allievo di raggiungere un quanto più elevato livello culturale. Poi, come risulta del tutto naturale, a qualcuno degli stessi capita di diventare operaio; a qualcun altro, invece, di conseguire una laurea.

Altra affermazione di Veneziani meritevole di confutazione è quella secondo cui don Milani perseguiva l’intento di «ridurre i libri ad uno solo da leggere collettivamente come in un soviet dell’ignoranza». A leggere quest’affermazione, verrebbe da pensare che il nostro giornalista non sappia granché del priore, dal momento che Don Milani compì ogni sforzo, pur di abbattere ogni barriera e di mettere gli alunni nelle condizioni di leggere e interpretare i più diversi articoli di giornale. È altresì vero che lo stesso ebbe in disprezzo l’uso persecutorio che i professori facevano delle verifiche e dei voti.

Ma ovviamente il bersaglio principale di Veneziani è costituito da libro-simbolo, ovvero da quello che si può considerare il manifesto di don Milani e della scuola di Barbiana, la famosa “Lettera ad una professoressa”, edita nel 1967 dalla Libreria Editrice Fiorentina e che all’epoca scosse la coscienza di molti, facendo inalberare tanti altri.

Il contenuto del volume non può essere certo preso come vangelo, né va inteso come un vademecum da seguire pedissequamente. Bisogna, piuttosto, considerare il periodo storico in cui l’opera fu realizzata e quale fosse la condizione da cui provenivano i giovani autori della stessa. Fu scritta, com’è noto, dai ragazzi di Barbiana con la supervisione di don Lorenzo Milani, proprio da quei ragazzi che la scuola ufficiale aveva respinto, giudicandoli non in grado di adeguarsi dovutamente alle regole da essa imposte e che, prima e dopo la scuola, dovevano oltretutto accudire al lavoro dei campi.

Veneziani parla, infine, di “linciaggio morale” dei professori. Gentile dottor Veneziani, alcuni docenti dei giorni nostri meriterebbero ben altro, dal momento che, nella maggior parte dei casi, risultano non propriamente all’altezza della delicata funzione e dei vari compiti educativi ad essi affidati.

Le idee innovative e, per qualche verso, visionarie di Don Milani, considerato il periodo storico in cui vennero formulate, hanno in fondo precorso quanto, secondo la moderna pedagogia, possiede maggiore validità oggi che ieri, come l’individualizzazione dell’insegnamento e la visione più complessa e completa del discente, che va inteso come persona nella sua unicità e in ogni sua sfaccettatura e dimensione.

Oggi, inoltre, si dà giustamente grande importanza alle competenze che – guarda caso – rivestono un ruolo fondamentale proprio nella concezione educativa di Don Milani. Sono invece le conoscenze a trasformarsi velocemente in qualcosa di obsoleto per i continui e altrettanto rapidi progressi compiuti dalla tecnologia. Le conoscenze, tuttavia, pur nella loro incessante mutevolezza, mantengono comunque intatta la propria funzione di supporto alle competenze.

Va precisato, infine, che la ragione principale per cui il pensiero pedagogico di Don Milani, ieri come oggi, va incontro a critiche e a contestazioni tanto dure, come quelle di Veneziani, consiste nel fatto che questo prete, così diverso dal consueto cliché dell’epoca, puntava a formare persone in grado di pensare con la propria testa, ovvero dotate di spirito critico, e non cittadini succubi di chiunque e protesi ad accettare qualunque cosa.

 

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Immagini: Le foto di Verona sono dell’autore dell’articolo.

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