Il lato cieco

Il lato cieco

26 Novembre 2023 0 Di giuseppe perpiglia

È la traduzione letterale del titolo di un film -The blind side- del 2009 la cui sceneggiatura è basata su una storia vera. Il film, che ha fruttato l’Oscar all’attrice protagonista Sandra Bullock quale migliore interprete, racconta la vita del giocatore di football americano Michael Oher. Il regista e sceneggiatore John Lee Hangcock si è basato sul libro The blind side: evolution of a game di Michael Lewis.

La trama, in estrema sintesi, è la seguente. Ragazzo orfano e con una madre dipendente dal crack, grazie all’interessamento del genitore di un suo amico, riesce ad iscriversi ad una scuola cattolica, ma l’unico risultato è quello di far nascere dubbi sul suo, presunto, scarso quoziente intellettivo. In una rigida notte di inverno, mentre vagava senza meta per la città, viene notato ed accolto da una signora benestante e dal cuore d’oro, che lo ospita a casa sua. In questa casa rimane a lungo tanto da essere considerato come un figlio. Grazie all’amore ed alle attenzioni della famiglia che lo ha accolto, ed alla sua stazza ben oltre il normale, riesce ad eccellere nello sport che preferisce, il football americano. Con l’aiuto di una tutor messagli a disposizione della famiglia adottiva raggiunge la valutazione necessaria per l’iscrizione al college il che gli permette di andare a giocare in un campionato importante.

Il film, come tutte le favole che si rispettino, ha un lieto fine, con soddisfazione di tutti.

Ma da dove deriva questo titolo? Quale la sua spiegazione? Presto detto. Il ruolo del protagonista nella squadra di football americano era quello di offensive tackle, che in italiano diventa placcaggio offensivo. Il compito di tale ruolo è quello di proteggere il quarterback, che in italiano, e molto liberamente, possiamo tradurre in colui che guida l’attacco, dai placcaggi degli avversari provenienti dai lati e che quindi il quarterback non può vedere perché ricadono nel suo lato cieco, appunto.

Qualche tempo fa, qualcuno sarebbe sbottato gridando: «Ma che c’azzecca tutto questo con un blog sulla didattica?». È presto detto, ma prima un’altra piccola aggiunta. Mi ha colpito molto una frase che nel film viene ripetuta più di una volta: «È come una cipolla: bisogna togliere uno strato alla volta».

Bene, adesso entriamo nel campo a noi più congeniale e più vicino. Ogni individuo che viva in una qualsivoglia comunità ha bisogno di maschere, senza dare a questa affermazione un’accezione necessariamente negativa. Pirandello fa dire ad uno dei suoi personaggi: «Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai molte maschere e pochi volti». Alla figura retorica della maschera possiamo dare significati diversi, non necessariamente tutti negativi. Certo, se intendiamo come maschera un atteggiamento ipocrita, finalizzato ad imbrogliare gli astanti per trarne qualche beneficio, allora è fuor di dubbio che la maschera non va bene, è da stigmatizzare con decisione.

È, invece, necessario e strumentale ad una socialità efficace avere comportamenti adeguatamente diversi in ambienti diversi ed in contesti diversi. Non ci si può comportare allo stesso modo a scuola e sul luogo di passeggio, in un teatro oppure in un concerto rock. Essere polemico, ad esempio, a volte è necessario mentre a volte è meramente negativo e controproducente per la relazione. Così come essere arrendevole o eccessivamente accondiscendente. Nel caso dei ragazzi, infatti, si può scadere nel buonismo e nel permissivismo, che non aiutano certo il processo di maturazione individuale.

Anche i ragazzi, facendo fin dalla nascita vita sociale e di relazione, adopereranno una serie di maschere, un habitus comportamentale per ogni occasione. A volte, però, la maschera viene calzata con tanta decisione da farlo a sproposito o in modo esasperato tanto da indurre lo stesso soggetto a pensare che sia il suo proprio volto.

Nel periodo della tarda fanciullezza e dell’adolescenza questo pericolo è ben più grave e molto più presente. In questo periodo della vita, infatti, si forma e si assesta la personalità matura passando per una fase di insicurezza e di disorientamento e di un disperato bisogno di punto di ancoraggio in grado di dare sicurezza. È per tale motivo che acquista grande rilevanza il gruppo dei pari e per esserne accolti a volte si indossano maschere che a lungo andare possono essere scambiate per caratteristiche innate. Spetta al docente indagare, seppure in modo molto discreto, per far emergere il vero “volto” di ognuno, per ricevere il necessario quanto proficuo equilibrio tra l’io caratteriale e l’io sociale.

Affermare, promuovere, potenziare e proclamare il primo conferisce molta autostima e tranquillità emotiva, rendendo più forte l’individuo e permettendogli di far fronte alla vita in modo sempre migliore. È la forza della coerenza.

La seconda riflessione che mi è stata indotta dal film è legata al ruolo da giocatore del protagonista: offensive tackle, cioè colui che protegge il giocatore d’attacco dai pericoli che gli possono venir portati da direzioni che lui non può vedere e controllare.

Allo stesso modo si dovrebbe comportare il docente. L’alunno è tutto preso dal suo andare incontro alla vita e potrebbe non accorgersi dei pericoli che possono venirgli da quelli che per lui sono le dark sides, i lati ciechi. Dovrebbe essere compito del docente metterlo in guardia, indurlo a prestare attenzione, a valutare con spirito critico quanto si svolge accanto al ragazzo, aiutandolo a scegliere tra “il grano e la pula”.

Oggi molto più di ieri, fare il docente è cosa ben diversa dalla semplice proposizione di un brano letterario, di una poesia, di un teorema, per quanto ben spiegati. Oggi, come sappiamo, il docente non deve operare esclusivamente sulla sfera della conoscenza, non deve mettere una didattica di quantità, bensì una didattica di qualità, e di qualità molto elevata. Il docente deve sfruttare la sfera della conoscenza per arrivare alla sera della coscienza, dello spirito critico, del ragionamento libero e personale. Il docente deve obbedire ciecamente a quanto richiesto dalla nostra Costituzione: «il pieno sviluppo della persona umana».

È un compito molto più difficile, molto più impegnativo ma anche molto più gratificante. Un compito reso ancora più gravoso ed improbo dallo strisciante ma sempre più chiaro disegno, per mera miopia politica, di delegittimazione della figura e del ruolo del docente e della scuola, a cui si aggiungono spesso pretese assurde da parte delle famiglie.

In un simile contesto, ogni docente deve fare una seria e profonda autocritica prendendo piena consapevolezza del suo ruolo.

L’unica via per risalire la china della legittimazione sociale e professionale, in mancanza di altre opportunità, è quella della serietà nello svolgere la propria mansione, è quella di dare prima di pretendere, quella di instaurare rapporti razionali e coerenti con studenti, genitori e tutti gli altri attori sociali. Certo, non può esser una battaglia da affrontare da soli, anche se questo non può essere una scusa per l’immobilismo o per il lascia fare.  Sarebbe auspicabile un aiuto da parte dei dirigenti scolastici e, ancor di più, da parte dei sindacati che, ancor prima che per i singoli docenti, dovrebbero battersi per la salvaguardia di una professionalità attaccata da più parti. Ma il discorso sarebbe troppo lungo per cui penso, per il momento, di chiuderli qui.

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Immagini. Le foto a corredo dell’articolo sono scatti dello stesso autore sulle grotte basiliane in agro di Cerenzia (KR)