I riti di passaggio

I riti di passaggio

14 Agosto 2022 2 Di giuseppe perpiglia

Le società primitive erano caratterizzate da una serie di riti di passaggio che segnavano le varie tappe della vita di un individuo. Un ragazzo, per essere considerato adulto, doveva superare una prova di coraggio. Fino a non molti anni fa, anche nei nostri paesi, in special modo dell’entroterra, le ragazze in età da marito dovevano seguire ben precise regole nel vestirsi, mentre una volta sposate le regole da seguire nell’abbigliamento erano altre. Il rito di passaggio, in questo caso, era molto meno cruento ed impegnativo, essendo rappresentato dal matrimonio, ma comunque veniva enfatizzato nel contesto sociale.

Per venire ai giorni nostri, un momento di passaggio, almeno per i ragazzi, era rappresentato dal servizio di leva, che spesso rappresentava la prima, e forse anche unica, uscita dalla cerchia familiare del paesello di nascita. Chi non ricorda il tormentone del grande Totò: «Lei non sa chi sono io. Ho fatto il militare a Cuneo!». E cosa dire della prima volta che si andava a votare?

Un altro rito di passaggio era da considerare, senza dubbio, l’esame di Stato alla fine del secondo ciclo di istruzione. Il raggiungimento dell’agognato, almeno una volta, diploma, il famoso “pezzo di carta”.

La società attuale, però, non predilige affatto le vette, i picchi, i punti di snodo; preferisce, di converso, una vita piatta e senza sobbalzi. È, questa, la diretta conseguenza di una deriva verso una deresponsabilizzazione che interessa sia il singolo individuo sia le istituzioni. È ben difficile trovare qualcuno disposto a prendersi in toto la responsabilità connessa al ruolo che ha sgomitato per avere. Ad iniziare dai politici. Chi è al Governo dà la colpa dei suoi insuccessi all’ostruzionismo dell’opposizione, la quale, a sua volta, è sempre pronta a criticare a prescindere, ma si tratta quasi esclusivamente di una critica distruttiva, che tende a demolire l’operato del Governo senza però fare proposte efficaci per risolvere i numerosi problemi che la gestione di una comunità pone giornalmente.

Ma ho divagato e ve ne chiedo scusa.

Questo preambolo per sostenere la mia convinzione, forse sarebbe meglio dire la costatazione, che i riti di passaggio stanno tendendo a scomparire. In particolare il mio pensiero, in questo contesto, va agli esami di fine ciclo. Ricordo ancora lo spauracchio che ha rappresentato per me l’esame di quinta elementare, così come lo fu, anche se lo affrontai, ovviamente, con una consapevolezza diversa data l’età, l’esame di licenza media. All’esame di Stato per conseguire il diploma di Perito Industriale Capo Tecnico, infine, sono ricaduto nel primo anno dell’applicazione della riforma che per la prova orale prevedeva due sole discipline, una a scelta della Commissione d’Esame, formata rigorosamente da docenti esterni con il Presidente da fuori Regione, e la seconda a scelta del candidato, che poteva contare anche sull’aiuto, almeno morale, del membro interno. Quando nel 1969 Neil Armstrong, il 20 luglio, poggiò il piede sulla luna, noi eravamo chini sul banco per sostenere una delle due prove scritte. Tutti rigorosamente in giacca e cravatta con una temperatura che superava i 30°C!

Altro momento topico della mia esperienza di studente fu la discussione della tesi. La cerimonia si svolse nell’aula magna del Palazzo della Sapienza in quel di Pisa. Una sala ricca di storia che ha visto l’attività di numerosi scienziati i cui ritratti facevano bella mostra di loro appesi alle pareti. Davanti a me mi ritrovai tutta la Commissione schierata, seduta sugli scranni in una posizione che mi sovrastava e mi faceva sembrare ancora più basso di quello che ero, e che sono. Mi chiamarono, il relatore illustrò brevemente il mio lavoro e quindi mi invitarono a recarmi sul podio, rigorosamente in legno scolpito, per relazionare. Seguirono alcune domande da parte della Commissione e, quindi, mi dissero che potevo accomodarmi.

Ben si capisce l’emozione ed il coinvolgimento emotivo legato a quel particolare momento.

Ho assistito, in altre sedi universitarie, alla discussione della tesi di sorella, figlio e figlia: una stanza disadorna fino allo squallore, dei banchi ravvicinati per raccattare una parvenza di cattedra, per il candidato una sedia malferma. I membri della Commissione che parlavano distrattamente tra di loro senza minimamente curarsi del candidato.

Alla fine non è rimasta emozione alcuna: un momento come un altro.

Si sta andando verso l’annichilimento delle emozioni, verso l’eliminazione della sacralità, senza voler essere blasfemo, legata a particolari momenti che sono in grado di segnare la vita di una persona.

L’idea è resa molto bene da un post che ho visto più volte su Facebook: «Viviamo in un mondo in cui il funerale conta più del morto, il matrimonio più dell’amore, il corpo più dell’intelletto e dell’anima di una persona. Viviamo la cultura del contenitore che se ne frega del contenuto». Il pensiero è di Edoardo Galeano.

Con queste considerazioni cadiamo a piè pari nella lotta tra l’essere e l’apparire. A primo acchito potrebbe sembrare un controsenso rispetto a quanto detto prima, ma così non è e cerco di spiegarmi.

La sacralità di un evento è fatta anche di “apparenza”, ma tale apparenza è un insieme di “segni” che danno significato all’evento stesso, conferendogli spessore. Quanto si vede oggi, invece, è solo una “scatola vuota”, cioè un contenitore senza contenuto.

Gli esami di licenza media, con la famosa “tesina” (sempre sia lodato santo Bill Gates della Silicon Valley) è un ero esercizio di copia ed incolla con carattere 16 ed interlinea doppia. Il ragazzo, spesso, non sa neanche cosa ha scritto. Degli esami di Stato per l’acquisizione del diploma non parlo perché non ne ho esperienza diretta, ma le proteste per eliminare la prova scritta sono un segnale che lascia spazio a ben pochi dubbi.

Gli esami di Stato alla fine del primo ciclo ed alla fine del secondo ciclo di istruzione dovrebbero essere un momento di riflessione critica sul proprio operato, sia per i docenti che per gli alunni. Uno sguardo disincantato sul loro operato e sui risultati registrati negli anni scolastici precedenti.

La famosa tesina ben venga se è “opera prima”, frutto dell’impegno personale dell’alunno, anzi potrebbe essere utilizzata e vissuta in ottica orientativa. Il maturando, già negli anni precedenti, sceglie un argomento a lui particolarmente gradito e tenta di sviscerarlo da più punti di vista e se anche una disciplina dovesse essere trascurata nella trattazione, poco importa.

La tesina dovrebbe essere uno strumento per verificare le competenze cognitive e trasversali acquisite dal candidato e, quindi, dovrebbe essere un’attività che si svolge in un arco temporale adeguatamente ampio.

Oggi, sembra che l’affanno maggiore per genitori, docenti e adulti in genere sia quello di non far vivere emozioni forti, quale potrebbe essere affrontare un esame di Stato, a bambini e ragazzi per non turbarne l’equilibrio psico-fisico, ma la crescita prevede e richiede turbamenti profondi e momenti di crisi, affinché si possa prendere consapevolezza dei propri limiti e delle proprie capacità.

Spianando loro eccessivamente la strada non faremo altro che far crescere ragazzi cui manca il senso dei propri limiti e quindi avremo adulti senza cognizione alcuna di fin dove possono spingersi e di cosa possano chiedere efficacemente alla vita per avere le soddisfazioni e le gratificazioni che rendono bella e piena di senso la vita stessa. Per costoro tutto sembrerà possibile e fattibile, ma ci penserà la selezione sociale a metterli impietosamente di fronte a ciò che è loro permesso ed a ciò che, invece, è loro precluso per le caratteristiche strutturali e per le competenze personali. In questo modo sì che si creerebbero persone turbate e disturbate perché sarebbero persone che vivrebbero nel continuo conflitto tra ciò che vorrebbero e ciò che, invece, potrebbero effettivamente avere.

La scuola dovrebbe (ri)acquistare, non severità acritica, che va lasciata ad un passato ormai abbondantemente sepolto, ma serietà e coerenza. Il buonismo è una moneta che non ha corso legale nel processo di educazione e formazione. Tanto meno lo ha il lassismo verso cui una parte di pseudo-docenti sembra orientata.

Il docente e l’istituzione scolastica nel suo insieme devono riacquistare la consapevolezza del proprio ruolo, devono rispettarsi per farsi rispettare. Una simile scelta costa impegno e fatica ma è l’unica via per (ri)dare credibilità ad un’istituzione e ad una categoria professionale che in un’eventuale classifica occuperebbero gli ultimi posti. E così facendo si potrebbe sperare di avere una società migliore.

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