La valutazione scolastica

La valutazione scolastica

10 Ottobre 2021 2 Di giuseppe perpiglia

Il momento della verifica delle conoscenze, prima, e quello della valutazione delle competenze, oggi, è stato spesso oggetto di attenzione da parte del legislatore anche se con poca coerenza e con scarsa lungimiranza.

La verifica nella scuola italiana è stata, da sempre, caratterizzata dal classico voto in decimi. Ai tempi che furono, qualche maestro si spingeva a mettere il temuto “zero spaccato” per rimarcare, con ancora maggiore chiarezza del necessario, un giudizio estremamente negativo, non solo sulla prestazione, ma anche sulla persona.

Permettetemi un piccolo aneddoto personale. Nel biennio della scuola secondaria di secondo grado ho avuto per docenti di matematica e di francese, rispettivamente, una coppia, marito e moglie, il cui criterio di verifica e di conseguente assegnazione del voto era banalmente lineare ed asettico. Entrambi partivano da 10, il compito perfetto, togliendo un voto per ogni errore blu commesso. Gli errori rossi servivano a modulare i voti intermedi (il +, il -, il =, il ½, …). La differenza tra 10 ed il numero di errori blu commessi dava il voto del compito. Non era cosa impossibile, quindi, vedersi assegnare un voto negativo, che faceva tranquillamente media con gli altri compiti al fine di stabilire il voto trimestrale. Le conseguenze per il malcapitato sono ben facili da prevedere.

Lo spartiacque, il momento in cui si è avuto un cambio di paradigma, forse eccessivamente netto e senza adeguata preparazione del corpo docente, è rappresentato dalla Legge 4 agosto 1977, n. 517. Tale atto normativo ha introdotto l’inserimento degli alunni disabili nelle classi normali con conseguente eliminazione delle classi differenziali o speciali. Ha anche abolito gli esami di riparazione a settembre ed ha modificato l’ordinamento scolastico. Ha dettato, infine, nuove regole per la valutazione degli alunni.

La vera, dirompente, novità introdotta dalla citata Legge 517/1977, almeno nel campo della valutazione scolastica, è stata quella relativa alla verifica e, soprattutto, della valutazione. Storicamente, la verifica, così come la valutazione, avevano il compito di certificare i traguardi raggiunti dagli alunni e dagli studenti. Con l’introduzione del giudizio sintetico si passa ad un modello discorsivo a cui, nel tempo, si è assegnata anche una funzione pro-attiva per le opportune indicazioni utili per il prosieguo degli studi.

Dopo circa due decenni dalla promulgazione della legge 517/1977 è iniziata, con l’onorevole Giovanni Berlinguer, la stagione delle riforme che si sono abbattute sulla scuola con una frequenza devastante creando disorientamento e demotivazione in alunni e docenti. I vari ministri che si sono succeduti da Berlinguer in poi, infatti, a prescindere dal colore politico, si sono fatti solo dispettucci ed hanno dato la stura a ripicche varie.

Seguendo il modello di tipo narrativo, l’allora ministro Letizia Moratti, introdusse il portfolio che, ahimè, abortì prima di diventare operativo. Io rimango dell’idea che si trattasse, a mio modesto parere, di un’innovazione buona, che andava sicuramente nella direzione di una valutazione olistica della persona nella sua integrità e non meramente dell’alunno in quanto studente. Il portfolio, in effetti, rispondeva al dettato costituzionale relativamente al «pieno sviluppo della persona umana» (art. 3, c. 2). L’introduzione effettiva del portfolio fu ostacolata da più di un pedagogista illuminato e, con maggiore determinazione, dai sindacati per il maggior carico di lavoro che avrebbe procurato ai docenti. I sindacati, oltre l’adeguamento dello stipendio, dovrebbero occuparsi e battersi anche per sollevare la considerazione di una classe di professionisti che sono considerati alla stregua di scrocconi e di scansafatiche. Ma questa è un’altra storia.

Siamo usciti fuori, se ne siamo usciti, dalla stagione delle riforme con un misero risultato al ribasso. Anche nella scuola, infatti, come nella società, si sta andando spediti verso una deresponsabilizzazione sempre maggiore e sempre più spinta di qualsivoglia soggetti. Tale moto è sospinto da atteggiamenti quali il permissivismo, un eccessivo garantismo ed un giustificazionismo che risultano, francamente, al di là di ogni razionale limite.

La valutazione dovrebbe, tra le altre cose, anche mettere l’alunno, il docente, il dirigente scolastico e le famiglie di fronte alle loro responsabilità ed ognuno dei soggetti citati dovrebbe fare autocritica e cercare di migliorarsi. Ma forse è solo utopia!

In generale, anche se non certo in tutti i casi, al dirigente scolastico interessa che le carte siano a posto mentre alla famiglia interessa che il figlio sia promosso, magari anche con un buon voto. Poco importa del processo cognitivo e di maturazione che dovrebbe portare al buon voto. Ritorna il vecchio dilemma tra l’essere e l’apparire. Il docente, dal proprio canto, è portato ad adeguarsi a tale andazzo e, quando gli si chiede una relazione o qualunque altro documento, ringrazia Bill Gates per avergli fornito il “copia ed incolla”! Lo studente, infine, sa bene che il brutto voto o il comportamento sopra le righe non avrà nessuna conseguenza seria sul risultato finale che è già scritto ad inizio di anno scolastico. Addirittura, mi è capitato di vedere colleghi che “passavano la copia” agli alunni in occasione dei test INVALSI per far vedere che le loro classi erano brave!

Il 13 Aprile 2017 è stato promulgato il decreto legislativo n. 62 che fissa concetti e regole inerenti alla valutazione nei vari organi di scuola. Per effettuare la valutazione del sistema di istruzione e formazione nazionale lo Stato ha istituito il Sistema Nazionale di Valutazione che è costituito dai seguenti soggetti:

  • Invalsi: Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione e formazione, di cui al decreto legislativo 19 novembre 2004, n. 286;
  • Indire: Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa, di cui all’articolo 19, comma 1, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111;
  • Contingente ispettivo costituito da dirigenti di seconda fascia con funzione tecnico-ispettiva, appartenenti alla dotazione organica dirigenziale del Ministero.
  • Conferenza per il coordinamento funzionale dell’S.N.V.;
  • Nuclei di valutazione esterna costituiti da un dirigente tecnico del contingente ispettivo e da due esperti scelti.

Il Decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62 stabilisce all’art. 1 principi, oggetto e finalità della valutazione e della certificazione ed a questi bisognerebbe fare riferimento quando ci si appresta all’arduo compito della valutazione. Intanto, la valutazione, viene detto, non serve a sapere quanto il ragazzo sa o quanto il ragazzo sa fare, bensì “La valutazione ha per oggetto il processo formativo e i risultati di apprendimento delle alunne e degli alunni”. La valutazione, inoltre, “ha finalità formativa ed educativa e concorre al miglioramento degli apprendimenti e al successo formativo degli stessi, documenta lo sviluppo dell’identità personale e promuove la autovalutazione di ciascuno in relazione alle acquisizioni di conoscenze, abilità e competenze.

La valutazione deve essere basata e rifarsi all’offerta formativa ed ai processi esperiti, in special modo a quelli personalizzati, nonché alle Indicazioni Nazionali per il curricolo ed alle Linee guida.

Per rendere quanto più possibile oggettiva la valutazione bisogna che ogni docente si rifaccia ai criteri ed alle modalità stabiliti a monte dal Collegio dei docenti e comunicati alle famiglie tramite il PTOF.

Per quanto concerne il comportamento e la relativa valutazione bisogna fare riferimento allo sviluppo delle competenze di cittadinanza. I riferimenti essenziali rimangono lo Statuto delle studentesse e degli studenti, il Patto educativo di corresponsabilità e gli eventuali regolamenti approvati dalle istituzioni scolastiche.

Il decreto legislativo 62/2017 raccomanda di favorire i rapporti scuola-famiglia adottando una comunicazione efficace e trasparente per quanto riguarda la valutazione del percorso scolastico seguito dai propri figli.

L’atto finale della valutazione è rappresentato dalla certificazione dell’acquisizione delle competenze progressivamente ottenute anche al fine di favorire l’orientamento per la prosecuzione degli studi.

Il decreto passa poi ad occuparsi di attività maggiormente operative. Viene, infatti, richiesto alle istituzioni scolastiche, nell’ambito dell’autonomia didattica e organizzativa, di attivare specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione.

«La valutazione è integrata dalla descrizione del processo e del livello globale di sviluppo degli apprendimenti raggiunto». È, questa, una fase importante in quanto prevede una visione più ampia sia del processo che dei risultati raggiunti dal singolo allievo. Viene ricordato che «i docenti di sostegno partecipano alla valutazione di tutte le alunne e gli alunni della classe».

Il quadro di riferimento per una corretta valutazione è stato adeguatamente impostato da questo ultimo atto normativo, ora quello che deve cambiare, almeno in alcuni casi, è l’atteggiamento con cui il docente si approccia alla valutazione. Continua, infatti, in modo sempre più residuale, un atteggiamento di resa dei conti o un atto finale che conclude un percorso. La valutazione deve essere intesa come un prolungamento del processo di maturazione dell’alunno, un’attività che non deve guardare al passato ma deve essere rivolta al futuro. Un attività che deve essere concepita come un atto d’amore verso la giovane persona che abbiamo davanti e che ci è stata affidata perché possiamo renderla idonea e preparata ad affrontare la vita al di fuori dell’aula.

La scuola deve smetterla di essere ripiegata su sé stessa, ma deve aprirsi al mondo, alla realtà del vivere quotidiano, deve lasciarsi contaminare dal sociale e per questo deve fornire ad ogni suo alunno gli strumenti per interpretare l’oggi al fine di costruire il domani. Solo in tal modo potrà riconquistare quella credibilità e quella legittimazione che sono venute meno negli ultimi decenni per aver assecondato, coscientemente o meno, il gioco al ribasso innescato da una società che non crede più nel valore della cultura e della formazione dell’uomo e del cittadino, preferendo basarsi su immagini copiate ed amplificate a dismisura senza nessun filtro critico, su frasi preparate e pronte, buone per tutte le stagioni, su una pseudo-cultura di livello sempre più basso. Una società che non ama lasciarsi coinvolgere e che non vuole più “perdere tempo” a riflettere sulle cose, sulle persone e sui fatti, una società che liquida le emozioni con una faccina ed un like.

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