L’istruzione è un diritto

L’istruzione è un diritto

13 Febbraio 2020 2 Di giuseppe perpiglia

Il diritto all’istruzione è un diritto riconosciuto universalmente come inalienabile. Eppure, ancora oggi, nel mondo, vi sono 72 milioni di bambini a cui tale diritto viene negato. Il 70% di tali bambini vive nell’Africa sub-sahariana e nell’Asia meridionale e occidentale.

Il diritto all’istruzione è previsto dall’art. 2 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

Art. 26 DIRITTO ALL’ ISTRUZIONE

  1. Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.
  2. L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
  3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Tale documento fu promulgato dall’Assemblea generale delle nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Sono passati ben 72 anni ed ancora la situazione è quella appena accennata.

I principi contenuti nella dichiarazione dell’Assemblea delle Nazioni Unite sono stati fatti propri anche dall’Europa. Infatti, il 4 novembre 1950, a Roma, fu proclamata la convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, composta da 11 articoli. Quello dedicato all’istruzione è l’art. 2.

Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo

Articolo 2 – Protocollo 1

Il diritto all’istruzione non può essere rifiutato a nessuno. Lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di provvedere a tale educazione e a tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche.

Tra i Paesi firmatari figurava anche l’Italia, appena divenuta repubblicana. Nella sua Costituzione, il nostro Paese dedica al diritto all’istruzione due articoli, il n. 33 ed il n. 34.

Costituzione Italiana

Articolo 33

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.

Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

Articolo 34

La scuola è aperta a tutti.

L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Tutti e tre i documenti menzionati poco sopra affermano che il diritto all’istruzione è un diritto inalienabile e che, come tale, deve essere slegato dalle leggi di mercato, ma deve essere erogato a tutti e deve essere di qualità.

Che l’istruzione debba essere slegata dal mercato è un principio importante ed imprescindibile perché, in caso contrario, l’apertura di una scuola sarebbe possibile solo nel caso in cui le entrate superassero le uscite o, al massimo, si equivarrebbero. In una simile evenienza, i piccoli centri, ad esempio quelli situati nelle zone montane o nelle piccole isole, non potrebbero usufruire di un tale servizio, disattendendo il diritto universale all’istruzione. Per essere, infatti, produttiva in un’ottica di mercato, un’istituzione scolastica dovrebbe essere frequentata da un numero abbastanza alto di alunni. Sicuramente l’istituzione degli istituti comprensivi va in questa direzione, ma si tratta pur sempre di un’unione funzionale tra istituti diversi e l’accorpamento è stato fatto per ottenere risparmi sul fronte della gestione burocratico-amministrativa.

Tutti e tre i documenti citati, inoltre, sono concordi nel riconoscere il ruolo primario dei genitori nella scelta del tipo di istruzione da dare ai propri figli. Si tratta di un diritto, ma che, nel contempo, responsabilizza le famiglie.

Nella Costituzione Italiana, che è il documento più vecchio dei tre, essendo stata emanata il 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore il primo gennaio 1948, è l’unico che parla dell’istruzione anche come dovere del cittadino. Infatti, il secondo capoverso dell’art. 4 afferma: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie disponibilità e la propria scelta, un’attività od una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». È chiaro che tale richiesta perentoria può essere soddisfatta solo in presenza di un grado di istruzione che possa essere strumentale ad una qualsivoglia attività o funzione.

Ma prima di richiedere il soddisfacimento di tale dovere, all’art. 3 la nostra Carta costituzionale afferma che «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Lo stesso concetto, seppure affrontato da un altro punto di vista, fu espresso dal priore di Barbiana, don Lorenzo Milani, quando ebbe ad affermare, nel suo Lettera ad una professoressa, «Finché ci sarà un uomo che conosce 2.000 parole ed un altro che ne conosce solo 200, questi sarà oppresso dal primo». Anche in questo caso la cultura e l’istruzione vengono presentate come necessariamente indispensabili per una libertà vera e reale.

La nostra Costituzione presenta un’altra peculiarità: prevede l’istituzione di scuole private, purché senza oneri per lo Stato.

Quello che non è esplicitato, ma che si può facilmente leggere tra le righe, è che l’istruzione deve essere di qualità. Questa caratteristica, invece, è chiaramente espressa nell’Agenda ONU 2030 all’obiettivo n. 4, Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti. Se l’istruzione non fosse di qualità, infatti, come potrebbe la Repubblica, promuovere il pieno sviluppo della persona umana?

A tutta l’importanza data all’istruzione da documenti che ormai possiamo definire storici non corrisponde, oggi, un’adeguata legittimazione sociale riconosciuta dalla politica e dalla società. Tant’è vero che si parla con sempre maggiore frequenza di ‘povertà culturale’ anche nel nostro Paese. Lentamente, senza tanto rumore, il diritto all’istruzione si sta sempre trasformando più in un diritto apparente, formale, svuotato di sostanza. Si pensi agli istituti scolastici non adeguati, dal punto di vista funzionale ma anche da quello strutturale, si pensi alla scarsità dei docenti, soprattutto quelli di sostegno, si pensi alla carenza o all’obsolescenza dei sussidi didattici. E per finire, la ciliegina sulla panna, gli stipendi vergognosamente bassi dei docenti, i più bassi in Europa e, in Italia, quelli più bassi tra il personale laureato. Questo fa sì che coloro che valgono, che potrebbero dare molto sul fronte didattico ed educativo per competenze acclarate, non scelgono certo di dedicarsi all’insegnamento, una professione che, a fronte di uno stipendio risibile per un laureato, non dà soddisfazioni e non prevede alcuna carriera.

In questa situazione ben poco felice, l’unica speranza, l’unica via d’uscita, tanto per rendere effettivo il diritto ad un’educazione di qualità, sul fronte degli alunni, quanto per una gratificazione morale e professionale, sul fronte dei docenti, è rappresentata dalla buona volontà e dal senso civico dei lavoratori della scuola.

Il primo ineludibile punto dovrebbe essere quello di perseguire un coinvolgimento più stretto con le famiglie per rendere più efficace il lavoro fatto in aula. Lavoro che dovrebbe essere, per quanto possibile, un’estensione del processo educativo iniziato in famiglia. Bisognerebbe che il corpo docente, così come il personale ATA, fosse adeguatamente consapevole del proprio ruolo. Sarebbe opportuno, ad esempio, che i docenti guardassero agli impegni burocratici (RAV, PdM, curricolo, relazioni, verbali, …) non come atti formali dovuti da svolgere senza nessun coinvolgimento, magari ricorrendo al ‘copia ed incolla’, bensì come ad occasioni per riflettere sul loro operato e come momenti di confronto tra di loro e con il mondo esterno. Quel mondo che accoglierà i ragazzi una volta assolto il loro diritto-dovere inerente l’istruzione. Altro fattore importante per un’istruzione di qualità è, senza dubbio, l’instaurare relazioni umane efficaci, relazioni in cui la persona-docente incontri empaticamente la persona-alunno, integrando istruzione e formazione umana.

Dopo tutto questo impegno, che sia ben chiaro, rimarrà solo la soddisfazione di aver fatto il proprio dovere di docente, di educatore e di cittadino. E non sarebbe poco!

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