Pandemia e società

Pandemia e società

28 Settembre 2020 1 Di giuseppe perpiglia

Chiedo scusa agli amici che mi seguono, ma sono caduto nuovamente nel peccato di presunzione con un titolo pretenzioso che, forse, potrebbe alimentare false aspettative. In realtà si tratta soltanto di alcune riflessioni personali stimolate dalla lettura di un articolo che riportava un monito del nostro Presidente della Repubblica, onorevole Sergio Mattarella, pronunciato in occasione di una sua visita, qualche giorno addietro, ad un istituto scolastico in una zona terremotata.

Da diverse parti sono state pronunciate frasi sul fatto che la pandemia avrebbe reso tutti più buoni, che la solidarietà avrebbe prevalso sugli egoismi, che ogni persona avrebbe visto il proprio vicino, chiunque fosse stato, con occhio diverso e più collaborativo perché accomunato dallo stesso dolore.

Sicuramente ci sono stati molti comportamenti edificanti che hanno messo in luce tutto il buono ed il bello che alberga nell’animo umano, ma non possiamo certo generalizzare, né in un senso né in quello opposto. Non tutto è rose e fiori. A fronte delle rose, che pure ci sono e si sono viste, non bisogna dimenticare le tante spine che le hanno accompagnate.

Qualche politico, come suo costume oramai divenuto tradizione e marchio distintivo, ha colto al volo l’occasione della pandemia per continuare ad infiammare gli animi ed a fomentare l’odio contro i più deboli, contro coloro che non hanno nulla, neanche una patria. E poco importa se i dati sulla diffusione della pandemia, dati reali e dimostrati, contrastano fortemente con gli allarmismi finalizzati soltanto a raccattare qualche voto in più in una popolazione sempre più disorientata in cerca di certezze. Ho usato volutamente il termine “popolazione” e non “comunità” perché stiamo dimostrando ogni giorno di più che non lo siamo. Una comunità, come richiamato dall’etimologia latina communitas da communis, è un gruppo di persone più o meno numeroso unite e legate da relazioni e da vincoli sociali e che per tale ragione diventa in grado di formare un corpo unico. Nella nostra società, invece, molte sono le spinte centrifughe e disgregatrici volute, promosse e potenziate da individui senza scrupoli capaci di operare soltanto per meri interessi personali.

In una tale società, la pandemia ha rafforzato o addirittura creato alcune relazioni, ma ha acuito alcune problematiche preesistenti che vengono sfruttate per motivi abbietti.

Gli effetti della pandemia, però, si sono manifestati anche in altri campi, ad esempi in quello delle relazioni interpersonali. Il distanziamento sociale e l’obbligo delle mascherine hanno creato, che lo si voglia o meno, delle barriere, hanno modificato in negativo il medium in cui passa la comunicazione. I tanto decantati social, della cui utilità non si discute, sono solo dei palliativi. Un like non avrà mai lo stesso valore di una pacca sulle spalle. Un post su WhatsApp non potrà mai sostituire la comunicazione verbale e non verbale con tutte le sue variabili, le sue sfumature e le sue implicazioni emotive ed empatiche. Le faccine sono solo degli scialbi simulacri di emozioni che spesso non si provano, ma che vengono elargite per mera opportunità o per mantenere le amicizie.

Va sottolineata, inoltre, l’importanza acquisita, anche in base a quanto appena detto, delle competenze informatiche e delle attrezzature di cui necessitano. Tale costatazione si porta dietro come diretta conseguenza la creazione di un folto stuolo di esclusi, di reietti, per motivi diversi.

Le statistiche (fonte ISTAT) ci dicono che le famiglie con uno o più PC e/o con un iPad sono poco più del 60%. Ciò vuol dire che il restante 40% ne è privo, per cui la pandemia le ha tagliate fuori dal flusso della relazione che oggi avviene quasi esclusivamente in modalità virtuale. Tale percentuale sale al 70% nelle famiglie di soli anziani, che rappresentano i soggetti che hanno maggiormente bisogno di comunicazione e di rapporti umani. Come ci si aspetterebbe, le famiglie meno abbienti sono quelle più penalizzate. Infatti, nel meridione la percentuale delle famiglie senza PC e iPad sale al 41% con punte del 46% in Calabria e del 44% in Sicilia.

Altro dato atteso e puntualmente confermato dalle statistiche ISTAT è quello relativo all’influenza del titolo di studio. Il possesso di un PC o di un iPad è maggiore presso i nuclei familiari al cui interno è presente almeno un laureato. È quasi banale richiamare l’impatto fortemente negativo di questa situazione nella didattica a distanza. Questa metodologia non fa altro se non acuire le differenze già presenti e dovute a cause di ordine socio-economico.

La pandemia si sta quindi comportando come un cuneo che allarga ed enfatizza il divario tra le diverse fasce sociali e che acuisce i disagi dei più deboli e dei più vulnerabili.

Oggi la vita sociale è pesantemente influenzata dall’informatica e la chiave d’accesso per un inserimento completo ed efficace nel tessuto sociale è rappresentato dal possesso delle competenze informatiche. Ebbene, la pandemia, rafforzando il ruolo e l’importanza dell’informatica e delle due innumerevoli applicazioni, non ha fatto altro se non acuire il divario già esistente. E tale divario è stato osservato anche in campo scolastico.

La didattica a distanza è una metodologia da approfondire nei suoi effetti e da utilizzare, in condizioni normali, in modo più esteso, ma pur sempre strumentale al perseguimento delle finalità del sistema di istruzione e formazione. Diventa, invece, un limite per le sue implicazioni negative e perché motivo di esclusione quando viene proposta o utilizzata come unica metodologia possibile. Accostare la didattica a distanza alla didattica frontale, vis a vis, rappresenta un ulteriore vantaggio in quanto allarga gli orizzonti, ma se diventa l’unico modello di relazione educativa si trasforma in un fattore limitante e tende ad escludere dal processo didattico ed educativo coloro che, per motivazioni socio-economiche, non possono accedere a tale risorsa. Ecco, allora, che un’opportunità si trasforma in criticità.

La crisi sanitaria in atto richiede a tutti, ma ai decisori politici in particolare, di dedicare molta attenzione al divario di opportunità che viene a crearsi e che rischia, man mano che passa il tempo, di accentuarsi sempre più.

La pandemia ed il conseguente quanto necessario lockdown hanno avuto un forte impatto anche sul fronte economico facendo regredire il nostro PIL di oltre il 10%, anche se in questi ultimi tempi si sta registrando un lieve recupero. Le conseguenze le hanno subite alcune categorie di lavoratori più di altre. Tra i lavoratori su cui maggiormente si sono sentiti i contraccolpi maggiormente negativi e destabilizzanti sono stati sicuramente quelli facenti parte delle classi economicamente più fragili, coloro che vivevano con lavori saltuari che, a causa della pandemia, non sono più disponibili. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le file alle mense della Caritas sono sempre più lunghe e ci si trovano persone che non ci saremmo mai aspettati di vedere.

In situazioni di crisi, e questo periodo che stiamo vivendo lo è sicuramente, acquista ancora più importanza la sfida dell’alfabetizzazione e la necessità di una cultura di base che sia più diffusa possibile. L’alfabetizzazione deve essere vissuta come impegno primario dalle diverse comunità nei confronti di tutte le generazioni perché, come ha affermato il Presidente Mattarella, «non c’è pienezza nella libertà e nell’esercizio dei diritti senza la capacità di leggere, di scrivere e di fare calcoli».

Per concludere qualche riflessione sul nostro mondo. All’inizio del confinamento sociale, per non ripetere sempre il termine inglese lockdown, nelle nostre case, con la chiusura forzata delle scuole, molti avranno pensato, forse anche all’interno della classe docente, che l’anno scolastico non si sarebbe potuto chiudere regolarmente. Alcuni ipotizzavano un anno perso, altri pesavano, invece, ad un liberi tutti, ad una promozione di massa a prescindere da tutto. La classe docente, invece, ha dimostrato cosa voglia dire serietà e passione e, pur tra mille difficoltà ed incertezze e grazie alla disponibilità, ben oltre il contratto di lavoro, di tutti i docenti, è stata in grado di assorbire l’urto della crisi e permettere agli studenti, che hanno fatto la loro parte, di giungere al traguardo della conclusione dell’anno scolastico secondo le norme. E questo dovrebbe essere un monito per tutti i detrattori della scuola.

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